L’America ha votato. L’Italia aspetta Rutelli. Cofferati ha capito tutto. Auguri per il dolce domani

Di Tempi
10 Novembre 2000
In un romanzo dell’americano Russell Banks, già qui segnalato, si narra di una cittadina nordamericana sconvolta dalla tragedia di un gruppo di bambini morti nell’incidente di uno scuolabus.

In un romanzo dell’americano Russell Banks, già qui segnalato (Il dolce domani, Einaudi, 1998), si narra di una cittadina nordamericana sconvolta dalla tragedia di un gruppo di bambini morti nell’incidente di uno scuolabus. Nell’irruzione di un imponderabile dove non emergono responsabilità, precauzioni non rispettate, leggi violate da parte degli uomini, l’autore ci fa discendere nel “cuore di tenebra” attraverso il narrato di alcuni cittadini del paese. Ne emerge una sorta di confessione collettiva di un’umanità che, dietro le sicurezze della legalità borghese scopre di aver smarrito il senso del suo essere popolo. Una comunità che si ritrova come sospesa sul vuoto. E il guaio è che non ci sono colpevoli, come è costretto ad ammettere anche il cinico avvocato delle vittime, classico esemplare di una società in cui nessun evento e nessun potere è al riparo da una causa di risarcimento per danni. Il guaio è che “Tutti abbiamo perso i nostri bambini. Guardateli, per l’amor di Dio: violenti per le strade, lobotomizzati nei centri commerciali, narcotizzati davanti alla tv. Non so se è stata la guerra del Vietnam, o la colonizzazione sessuale dei ragazzi da parte dell’industria, la droga, o la tv, o il divorzio, o cosa diavolo è stato; non so quali sono le cause e quali gli effetti; ma i bambini non ci sono più”. Se c’è un punto su cui l’America è costantemente avanti alla vecchia Europa è che, man mano ha proceduto e procede nell’assimilazione del pianeta, non ha mai cessato di interrogarsi sulle fondamenta della propria civiltà, conservando, nel fondo della sua brulicante operosità e benessere, un certo cuore, semplice, una sete di libertà e, per quanto possa apparirci paradossale o superficiale, una visione ultimamente religiosa del mondo.

La distanza dalla via americana alle intenzioni della vita è anche più marcata se si considera l’Italia attuale. Noi ci vantiamo di dar lezioni agli americani organizzando belle scampagnate contro la pena di morte. Eppure i nostri giornali, film e romanzi restano di una noia (sociologista) mortale e i nostri migliori editorialisti e fustigatori dei costumi nazionali sono ancora quelli che sono diventati giornalisti al tempo del fascio littorio. Se non ci fosse da celebrare la laicità dello Stato qua o denunciare che manca un po’ di Stato là; che ci sono inefficienze e corruttele un po’ su, un po’ giù, di cosa parlerebbero i nostri autorevoli commentatori? Davanti a colossali operazioni finanziare fatte con i soldi dei contribuenti e all’ombra del ministero del Tesoro, cioè dello Stato, di fronte a operazioni (Telecom-Seat-Tmc- Enel-Infostrada- Umts…) che, dice il nostro Lafayette, in altri paesi avrebbero sollevato terremoti mediatico-giudiziari da sovvertire un intero establishment, i nostri grandi moralizzatori si defilano arditamente.

Ora, se in Italia c’è ancora qualcuno che fa un po’ l’americano, che vola alto e che veramente non c’entra con i piccoli e grandi commerci domestici, lo san tutti, questo è Giovanni Paolo II, un Papa che ha percorso in lungo e in largo il mondo e ha parlato di Gesù Cristo e di tutto ciò che da lui discende a Fidel Castro come a Bill Clinton, con la stessa franchezza con cui parla al popolo. Per questo suona un po’ bizzarra, ma emblematica dello stato d’animo dei manovratori, la scomposta reazione antipapista di un Procuratore Generale di Milano. Che per tramite del Corriere della Sera ci fa sapere che “Questi ricorrenti interventi, ora sul gesto di clemenza come pure in questi giorni sulla pillola del giorno dopo, mi danno francamente fastidio”. Si capisce che, potendo, volentieri il nostro Procuratore iscriverebbe anche Giovanni Paolo II nel registro gli indagati. Delirio di onnipotenza? Nostalgia di una stagione in cui il tribunale di Milano sembrava un conclave di cardinali? Autocandidatura a sindaco di Milano al posto di Moratti? Non è dato sapere. E’ però interessante questo surplus di spavalderia in chi fu il braccio militare della transizione dal male radicale della Prima Repubblica al bene consustanziale della Seconda. La tracotanza del potere si vede precisamente in questo modo altezzoso e fuori misura di parlare di un Pontefice. E così pure loro, gli amici del Procuratore, non si domandano se una posizione abbia delle ragioni, non discutono di contenuti. Loro esprimono il fastidio, il timore di basse strumentalizzazioni elettoralistiche della “figura”, sia essa il Papa o il segretario della Cgil. Però non spiegano come mai allora aspettano un paio di mesi prima di dimettersi da sindaci di Roma o perché, visto i rischi di “strumentalizzazioni elettoralistiche”, non ci fanno votare subito e invece ci obbligano a una campagna elettorale lunga sei mesi. Non spiegano perché invece di idee, proposte, controdeduzioni , mandano avanti i procuratori amici, mettono a disposizione la Rai per le recite di vecchi sanculotti e, come dice bene Cofferrati, “non hanno un progetto”, puntano solo sull’immagine di un bellimbusto.

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