Tv, il gioco dell’oca sei tu
Lo scoop sul linciaggio dei tre soldati israeliani e le polemiche che ne sono seguite obbligano a riflettere ancora una volta sul rapporto tra televisione, realtà e verità. I fatti sono noti: una troupe di Retequattro ha ripreso le immagini di una spaventosa esecuzione sommaria di tre militari nemici compiuta da una folla di palestinesi. Nei giorni precedenti le televisioni di tutto il mondo avevano abbondantemente documentato la reazione israeliana di fronte alla rivolta nei territori. In particolare, l’opinione pubblica mondiale era stata sconvolta dalle immagini di un bambino ucciso accanto al padre mentre tentava invano di rannicchiarsi dietro ad un muretto per sfuggire ad una tempesta di proiettili. Secondo alcuni commentatori, il filmato sul linciaggio avrebbe, per così dire, riequilibrato una situazione mediatica sfavorevole ad Israele. Sono poi seguite alcune sbalorditive dichiarazioni in libertà: un inviato Rai si è discolpato con gli “amici” palestinesi, assicurando che lui non avrebbe mai fatto un simile torto alla loro causa e un ambasciatore italiano ha riportato voci di un coinvolgimento dei servizi israeliani nel creare il caso del linciaggio.
Dopo la bomba atomica, lo zoom
Comunque siano andate le cose, tutto ciò dimostra ancora una volta il ruolo decisivo che la televisione ha nei destini delle guerre moderne. E’ stata la guerra del Golfo a segnare la svolta, una svolta epocale nelle strategie militari, paragonabile all’introduzione di una nuova arma da combattimento, come fu nel 1945 la bomba atomica o la mitragliatrice nel primo conflitto mondiale. Durante la guerra del Golfo il controllo della comunicazione audiovisiva è stato perfezionato a tal punto da trasformare il Pentagono in un autoproduttore di televisione. La telecamera fissata sulle ogive dei missili: mai la televisione è sembrata essere tanto vicina alla realtà, ma mai ne è stata così tanto lontana. Le due immagini simbolo di quella guerra sono state il cielo di Bagdad solcato dai traccianti della contraerea e la soggettiva del missile che piombava inesorabilmente a colpire un treno di civili. Troppo simile al capodanno la prima. Troppo asettica e quasi innocua, nella sua irreale assenza di audio, la seconda. Non si è vista nessuna bambina scappare nuda dal suo villaggio in fiamme, come nel Viet-nam. Non immagini di fosse comuni, né i volti scavati dei profughi morti di stenti. In questa lontananza dagli orrori il generale Schwarzkopf e con lui l’America hanno vinto la loro guerra mediatica. Lo smacco subito in Indocina sotto l’onda d’urto dell’opinione pubblica pacifista poteva dirsi un brutto ricordo lontano. Poi, solo a guerra finita, sono giunti i veri reportage e le cifre reali del massacro. L’Aviazione, ad esempio, ha ammesso che 50.000 tonnellate di bombe avevano sbagliato bersaglio (il 70% del totale!) e che solo il 7% era “intelligente”. Troppo tardi, la grande illusione della guerra chirurgica si era ormai affermata nella testa di (quasi) tutti. Il caso d’oggi, in Palestina e quello di ieri, in Iraq sono emblematici, ma mille altri se ne potrebbero citare, anche e soprattutto fuori degli eventi bellici o drammatici, perché i meccanismi sono simili per tutti i generi e prodotti televisivi. Se i morti di Ceucesco erano finti, Forlani è veramente ciò che le impietose immagini del suo interrogatorio hanno mostrato durante tangentopoli? Oppure il Giubileo è davvero solo quello che Raiuno ha trasmesso? Chi non si vuole rassegnare ad uno scetticismo generalizzato deve fare lo sforzo di comprendere la peculiarità e le caratteristiche strutturali del mezzo televisivo.
La Tv non è la realtà. E’ la realtà cambiata dalla Tv
Un caro amico, ora Direttore di un importante network europeo, mi ricorda spesso una legge fondamentale della televisione: quando una telecamera entra in una qualsiasi realtà sicuramente la modifica. Se, per ipotesi, due persone stanno dialogando in una stanza, e vicino a loro compare una telecamera, quel dialogo “cambia”, non fosse altro per la coscienza di una presenza esterna. Un po’ come avviene, secondo il principio di Heisenberg, per la luce: se la misuri, la cambi. La tv non è riflesso neutro, oggettivo della realtà, ma, piuttosto, metafora della realtà. Tuttavia, ciò non è male di per sé. E’ la struttura stessa del mezzo televisivo, che necessita di un forte intervento autorale e, perciò, costruttivo. In alcuni casi, la tv modifica esplicitamente la realtà di cui si occupa, laddove la costruisce appositamente per se stessa. Nei talk show vengono forzati incontri che spontaneamente non avverrebbero mai e che hanno spesso conseguenze importanti per la vita di chi ne viene coinvolto. O, ancora, nessuno si sognerebbe mai di mettere in piedi e meno che meno di frequentare certi eventi politici o sociali, se non ci fosse la “copertura televisiva”. Altro esempio, molto noto, è “Il grande fratello”, che si basa proprio sulla costruzione di un mondo (la “casa”) che non esiste.
Le immagini parlano… Di quel che vuol parlare il regista
Ma anche quando pretende di raccontare fatti esistenti, la tv li modifica. Espressioni come “lasciamo parlare le immagini…” possono essere molto ipocrite. L’operatore (il regista, l’autore) che riprende una realtà, ne seleziona alcune parti e compie questa selezione al posto del telespettatore. Talvolta questo meccanismo è in malafede: se un servizio su un convegno non inquadra mai la platea si può essere certi che la sala è vuota (o strapiena, dipende dall’intento). Altre volte è un processo inconscio, persino impossibile da gestire. E’ noto che un buon regista può far sembrare bello il luogo più inospitale, ma spesso non riesce a far vedere tutta la bellezza di un paese incantevole. Inoltre la ripresa decontestualizza: da un lato l’immagine televisiva non riesce a restituire tutti i fattori del contesto, come la tridimensionalità, la interattività, la compresenza di sensazioni (la provenienza dei suoni, i profumi, le sensazioni ambientali e tattili), il “clima”, dall’altro aggiunge elementi suoi propri, come ad esempio i cambi di inquadratura (punti di vista diversi) o le zoomate (focalizzazione di attenzione). Sostituendosi al telespettatore nel meccanismo psicologico della percezione ne facilita la visione, ma indirizzandolo. In questa facilitazione può annidarsi un inganno.
Quel che arriva in casa è sempre “montato”. Cioè manipolato
Nel montaggio, l’altro grande momento della produzione televisiva, la manipolazione è addirittura necessaria. Se nella ripresa avviene la selezione dello spazio, nel montaggio avviene la selezione del tempo. Ciò innanzitutto attraverso la compressione delle durate. Il racconto televisivo deve essere per sua natura sintetico e non sopporta le lungaggini della realtà. Perciò si “taglia”, cioè si sceglie e si modifica. Inoltre si può rimescolare l’ordine della successione dei fatti, invertendolo o sovrapponendolo. Basta inserire un sorriso di uno spettatore nel mezzo dell’intervento di un prelato per screditarlo. I fattori manovrabili sono anche molti altri: la posizione di un programma nel palinsesto (l’orario, il giorno, ciò che segue e precede), la grafica, la composizione e la gestione del pubblico, la disposizione degli ospiti. In un talk show persino la forma degli sgabelli non è casuale e può contribuire a creare disagio, rilassamento inferiorità, dinamicità.
La superiorità dell’”uomo tipografico”
Dunque, ogni produzione televisiva, è una costruzione, anche la cosiddetta tv-verità. E’, appunto, produzione di qualcosa che non è la realtà, ma che, come icona, dovrebbe indicare la realtà, invitare cioè a comprenderla. L’errore inizia quando si dimentica questa funzione simbolica e si scambia la rappresentazione per la realtà. E’ un rischio molto comune, che ha anche una spiegazione psicologica. L’evoluzione tecnica ha reso la rappresentazione per immagini artificiali molto simile a quella di cui la natura ci ha dotato, anzi, per certi aspetti più potente. Proprio in questa somiglianza, sta la possibilità di errore, perché si tratta “solo” di una somiglianza esteriore, materiale. La dimensione simbolica è comune anche ad altre forme di comunicazione, ma solo nell’immagine televisiva la somiglianza esterna con la realtà è tale da indurre l’illusione di trovarsi di fronte ad una rappresentazione “oggettiva”. Il carattere “evocativo” della pittura o della comunicazione verbale è, naturalmente, molto più forte. In questo senso c’è una superiorità della parola sull’immagine, che ha a che fare con la maggiore immediatezza con la quale essa permette di giungere al “cuore” della realtà. Non è però ragionevole far discendere da ciò il rifiuto del mezzo televisivo, nemmeno in nome di una presunta purezza della parola. La furia antitelevisiva di certi intellettuali, quasi una nuova iconoclastia, si fonda sull’equivoco che la parola sia il dominio dello “spirituale” e l’immagine del “materiale”, mentre i due fattori sono sempre coniugati. Sovente, il vero oggetto di questi critici della televisione è solo la televisione degli altri, quella che non hanno.
Un esperimento per non farsi risucchiare nel gorgo delle immagini
La tv trasmette degli elementi della realtà, molti elementi e può rendere più facile e veloce l’apprensione di porzioni di reale lontane e ostiche (naturalmente dipende da come è fatta, questo è un problema grave in Italia, ma riguarda di chi la fa). Per conoscere veramente ciò che comunica occorre un lavoro di destruttrazione e ricomposizione che richiede intelligenza.L’intelligenza di un soggetto. Non è un processo difficile in sé, tanto è vero che la saggezza popolana o l’intuito nel riconoscere il vero talvolta si dimostrano più arguti della presunta criticità degli intellettuali. Difficile è, invece, essere abituati ad usare in modo completo la propria ragione. Il confronto continuo con la propria esperienza è il lavoro razionale inevitabile di chi vuole conoscere ed incontrare veramente la realtà. Per concludere, un consiglio, banale ma pratico: c’è nell’occhio una zona, chiamata fovea, che copre appena 2 gradi dei 200 circa che formano il nostro campo visivo. Si può provare a fare questo esperimento: con il televisore acceso, spostare l’attenzione, la fovea, poco più in là rispetto allo schermo, a ciò che c’è attorno: una lampada, una scrivania, un soprammobile, un amico che guarda insieme con noi. Quelli sono certamente veri.
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