E’ l’America, bellezza!

Di Esposito Francesco
17 Novembre 2000
Uno dice: “Va bene importare Nader e il popolo di Seattle. Ma l’America del maggioritario è un lusso che possono permettersi solo le lobby e i Berlusconi”. L’altro ribatte: “Se in America i presidenti fossero finanziati dallo Stato, migliaia di mattacchioni si crederebbero Lincoln. E come accade in Italia, fare politica sarebbe sempre meglio che lavorare”. Il direttore del Manifesto e un editorialista de Il Giornale a confronto

Dopo il “pasticciaccio” in Florida, i ricorsi legali di Bush e Gore e le topiche degli exit polls, davvero si può parlare di una crisi del sistema politico Usa? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Barenghi, direttore del Manifesto e a Carlo Pelanda, economista, professore dell’Università di Georgetown ed esperto di cose americane. Secondo Barenghi “la contraddizione di fondo è che un candidato che ha avuto meno voti possa diventare presidente. Tra l’altro è accaduto poche volte nella storia americana. Ma che il vincitore, pur prendendo meno voti dello sconfitto, vincesse con uno scarto così esiguo – ammesso che questo risultato venga confermato dal riconteggio – questo non è mai successo. Gli americani, naturalmente, risolveranno il problema. Si dice che ‘la democrazia americana è forte e in grado di far fronte a ben altre emergenze’. D’accordo, ma non è questo il punto, il punto è che le elezioni diventano un affare di lobby e soldi”. Ma questo è precisamente il punto che non scandalizza Carlo Pelanda, il quale come tutti gli italiani un po’ di sistema maggioritario l’ha già visto all’opera fin dal ’96 (ricordate? Il Polo di Berlusconi prese più voti, ma vinse l’Ulivo di Prodi): “Il fatto è che il sistema statunitense è un sistema federale – un sistema a cui non basta che un candidato abbia tanti voti, ma vuole che i consensi siano distribuiti sul territorio in proporzione alla popolazione dei singoli stati. Per questo le regole sono quelle di un maggioritario per singolo stato, peraltro molto garantista nei confronti degli stati meno popolati – che potrebbero altrimenti venire del tutto ignorati alle elezioni. È vero allora che in una struttura federale il dato elettorale nazionale non conta niente. Però i candidati lo sanno e lo accettano. Non è che lo sconfitto potrebbe sognarsi di dire, ‘però tu sei delegittimato perché io ho preso più voti’. Sarebbe una bestemmia alle orecchie del popolo americano. Perciò, per favore, non parliamo in astratto: i candidati alla Casa Bianca fanno le campagne sulla base di questo sistema elettorale maggioritario, non su quello proporzionale”. “Però io credo piuttosto che dovremmo riflettere meglio sul sistema americano bipolare” suggerisce Barenghi “perché è un sistema che si regge su un bipartitismo fondato sul denaro – e i milioni di dollari spesi in questa campagna fanno impressione – a tutto vantaggio dei ricchi e dove una persona comune difficilmente potrebbe candidarsi alla presidenza senza avere l’appoggio – e di conseguenza subire i ricatti – di ricche lobby. Non a caso Nader ha preso solo il 3% dei consensi, il che è stato già un miracolo. Invece mi pare che oggi anche l’Italia si stia muovendo in questa direzione, secondo lo ‘stile’ inaugurato da Silvio Berlusconi quando è sceso in politica. L’Italia si è abituata a importare molto del modello americano – anche alcune ottime cose, come la musica, il cinema o certa cultura – con dieci anni di ritardo. Non vorrei che stavolta ci trovassimo a importare un sistema elettorale disastroso, mentre magari gli Stati Uniti faranno marcia indietro”. Poco probabile, a detta di Pelanda: “l’unico vero problema è quello del peso delle grandi lobby sul bipartitismo americano. Tocca soprattutto il meccanismo delle candidature alle Primarie ed è tecnico: trattandosi di un Paese federale vastissimo, il candidato Presidente deve viaggiare per 50 stati e farsi conoscere. Come può farlo se non utilizzando i grandi strumenti televisivi e di comunicazione di massa? Le campagne sono perciò assai costose. D’altra parte non si può nemmeno pensare di distribuire contributi statali a tutti i candidati. Ve la immaginate la corsa alla candidatura a Presidente americano sovvenzionata dagli Stati delle Federazione? Prendere finanziamenti statali perché si è convinti di avere un futuro come presidenti d’America sarebbe sempre meglio che lavorare. Si troverebbero facilmente qualche migliaio di mattacchioni convinti di essere la reincarnazione di Lincoln. Il peso delle lobby è un problema reale, ma va risolto con realismo non con gli schemi, in qualche caso un po’ ipocriti, della democrazia proporzionalista. E poi non bisogna dimenticare che, punto primo in America non ci sono soltanto i finanziamenti dei grandi lobbisti, ma anche quelli di molti cittadini comuni; punto secondo che il sistema americano è molto pratico e costringe il meccanismo del lobbing ad essere trasparente. Sia il partito Democratico, sia quello Repubblicano hanno già pronti due disegni di legge sul “soft money”, cioè il denaro morbido, il denaro “opaco”. Conclusione: tutti gli americani credono molto nel loro sistema di bilanciamento dei poteri e di trasparenza delle istituzioni, che chiude in alto ciò che non riesce a chiudere in basso (per esempio se si forma un potere molto forte, grazie alla trasparenza si costituisce subito un contro-potere). Il punto è dunque la trasparenza. Lo era già nel disegno dei Padri Fondatori del 1700 e resta il cardine della solidità della democrazia americana”.

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