Elogio della zona “grigia”

Di Tempi
17 Novembre 2000
Caro direttore, solo le generose (ma striminzite) minoranze che costituirono delle brigate partigiane e delle formazioni della RSI dovrebbero essere esaltate avendo scelto di battersi per l’onore e per la libertà d’Italia

Caro direttore,
solo le generose (ma striminzite) minoranze che costituirono delle brigate partigiane e delle formazioni della RSI dovrebbero essere esaltate avendo scelto di battersi per l’onore e per la libertà d’Italia. Il resto del popolo del centro-nord, la cosiddetta “zona grigia” (soprattutto contadini e ceti medi) che ha scelto di non partecipare alla lotta armata meriterebbe disprezzo. Anche perché nel dopoguerra avrebbe costituito il nucleo forte del blocco sociale che ha consentito ai cattolici e alla DC di svolgere per quasi cinquant’anni un ruolo determinante nella società e nelle istituzioni. Questa tesi dannunzian-azionista (fatta propria anche dai comunisti alla fine degli anni ’60, quando fu impossibile continuare con il mito della resistenza quale “guerra di popolo”) torna alla ribalta dopo l’uscita del libro autobiografico dello storico Roberto Vivarelli che a 13 anni (ma l’ha taciuto per i 55 in cui si è fatto storico di sinistra) si arruolò nelle “Brigate Nere”. Lo sprezzante giudizio sugli italiani che dopo l’8 settembre ‘43 non impugnarono le armi nella guerra civile può appagare la voglia dei post-fascisti di nobilitare le sconfitte militari (ante 25 aprile 1945) e quelle politiche (post-25 aprile), e la voglia di comunisti e azionisti di giustificare (scaricandone sul popolo “grigio” le responsabilità) le sconfitte elettorali patite dopo il 25 aprile, nel tentativo di tradurre in profitti politici l’egemonia esercitata sulle formazioni partigiane. Ma non vi è fondamento storico perché i più recenti studi sul comportamento dei contadini e dei ceti medi del centro-nord durante la guerra civile dimostrano che molti appartenenti alla “zona grigia” fecero scelte coraggiose a sostegno di uno dei due campi. Tale fu il decisivo contributo dato da tanti contadini alla vita delle formazioni partigiane o il rilevante apporto volontario di consistenti settori del ceto medio al successo, incontestaile, dei “prestiti di guerra” della RSI. In secondo luogo perché anche chi decise di “restare alla finestra” non lo fece per calcolo ma, spesso, perché svuotato di ogni capacità di reazione dopo decenni di sacrifici crudeli e inappagati. Fu infatti una scelta di gente che aveva patito – nelle trincee insanguinate o nel “fronte interno” delle fabbriche e dei campi – il dramma della prima guerra mondiale. Che aveva sopportato nel dopoguerra la delusione di promesse non mantenute e le asprezze della lotta politica culminata con la vittoria del Fascismo. Che, tra il 1922 e il 1940, oltre a soffrire i rigori morali e materiali della dittatura, pagò duramente le scelte di politica economica, finanziaria o militare del regime. Gente che tra il giugno 1940 e il settembre 1943 vide partire i figli per i Balcani mentre essa, in condizioni sempre più aspre (bombardamenti, carenza di generi di prima necessità e per l’aumento dell’inflazione) consentì al Paese di vivere e all’esercito di combattere. La scelta, dopo l’8 settembre, di tanti italiani di ripiegarsi su se stessi per affrontare il nuovo dramma della guerra civile, del desiserio ardente di pace, di libertà e di giustizia, non fu dunque vigliaccheria. E il loro disperato desiderio di pace, di libertà e di giustizia fu correttamente interpretato e valorizzato dagli uomini che dal popolo furono chiamati a guidare le sorti del Paese nei primi durissimi anni del secondo dopoguerra. Le “minoranze eroiche”, caro direttore, sono certamente un dato storico ineliminabile e qualche volta positivo. Ma non è contestabile che nel nostro Paese hanno spesso dato una pessima prova di sé (dagli squadristi alle “Brigate Nere”, da tanti membri delle brigate partigiane comuniste alle “Brigate Rosse” ai “Nuclei Armati Rivoluzionari”) facendo pagare al popolo costi altissimi. E sarebbe ora che tutti ne avessimo piene le tasche anziché continuare ad esaltarle, e perdipiù in modo pretestuoso e ingiustificato.
Nicola Guiso, Roma

Caro Nicola, antico e onesto democristiano, chi si crogiola nello sprezzante luogo comune che gli italiani sono un popolo di voltagabbana ha un passato tenuto a lungo nascosto. Oggi fustiga la pubblica morale e magari si chiama Bobbio, Scalfari, Fo, Biagi. Tutti più o meno fascisti in gioventù e tutti sul punto di arruolarsi in qualche brigata partigiana, senza però trovarle o giungendo troppo tardi per combattere. E così, per non ricordare le loro carriere se la prendono col popolo che non ha voce.

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