Essere presenti, nel Paese sottosopra
“Il cemento morale necessario per tenere insieme un Paese si è pericolosamente assottigliato”.È la notazione – “sgradevolissima” scrive lo stesso autore Angelo Panebianco – apparsa in editoriale sul Corsera. Ogni tanto se ne accorgono: se sopra la panca della retorica – dello Stato o del Mercato – il potere campa, sotto la panca della realtà quotidiana ed effettuale il popolo crepa. L’Italia ha tutta l’aria di un carico di frutta imbracato male e per il quale ogni svolta rappresenta un “pericolo” o un’“emergenza”. Si tratti di buoni scuola, manuali di storia, Tfr, immigrazione, giustizia, biotecnologie o vattelapesca cosa, dice in sostanza Panebianco, non c’è modo di ragionare. Riaccesa da una campagna elettorale che si preannuncia lunga ed estenuante, la strisciante guerra civile italiana continua. Interessa a qualcuno? Sì, a chi è in prima linea. Ma sotto cosa c’è? Bastano gli ecumenici ombrelli dei Grandi Fratelli, dei Superenalotti, dei Calendari Pirelli (che fanno un gran bene alle aziende di destra e di sinistra e che non disturbano nessuno) a tenere insieme la Nazione? Forse sì, ma non senza un brivido alla prima curva. Dunque, a che prezzo? Parafrasando Camus, probabilmente al prezzo di renderci tutti un po’ stolidi e fumosi. “E l’oblio conquista anche il cuore. Esso non ha più che emozioni brevi, prive della lunga risonanza che gli dà la memoria. La sensibilità dei cani è così”. Sotto: l’ecumenismo da intrattenimento tv seppellisce ogni giorno un po’ di più memoria e impegno civile di un popolo. Sopra: la guerra al buon senso favorisce ogni giorno di più il prevalere (dell’immagine) di ciò che divide (il pregiudizio, l’ideologia, gli interessi anche legittimi) da ciò che dovrebbe unirci (diciamo così, all’ingrosso, il bene delle persone, la pace, il benessere della comunità). Come si fa a tenere insieme un Paese così, si chiede Angelo Panebianco? Già, come si fa? Se si prendesse come punto di vista quello del poeta piemontese che abbiamo messo in copertina – gentilmente offertoci dal lettore torinese Roberto Bera – i problemi sul tappeto in casa Italia certamente non cambierebbero di una virgola. Eppure l’aria forse sarebbe un po’ diversa da quella greve e accidiosa che si respira nel Paese, sotto e sopra. Certo, sul corpo della Nazione, c’è il deposito di un decennio di battaglia giudiziaria, la polvere di un giustizialismo rancoroso e meschino. Ma non è solo questo. Perché se è normale che in campagna elettorale trionfi la coppia oppositiva dell’amico/nemico, è anche vero che non c’è mai una buona ragione al venir meno del rispetto e della lealtà alle evidenze elementari su cui è fondata la vita e il mondo comune. Evidenze che sono poi alla radice di quel buon senso che ci testimonia la gente semplice, quel popolo senza volto nelle cronache scandalistiche, ma che continua a tirare la carretta e che gli tocca restare con gli occhi aperti e i piedi ben piantati per terra. Il bel mistero è l’operaio che continua ad alzarsi alle sei del mattino per andare a lavorare, l’insegnante che continua a insegnare nonostante lo stipendio da fame, lo studente a studiare nonostante la scuola sembra sia solo la strada. Il bel mistero è che non c’è alternativa alla fedeltà alle intenzioni della vita anche se, purtroppo, la forbice rispetto a quelle del Potere si allarga. Il bel mistero è che sembra di sentire il respiro di tanti fratellini Kafka, sprofondati nella notte. “Gli uomini intorno dormono. Una piccola commedia, un’innocente illusione che dormano nelle case, nei letti solidi, sotto un tetto solido, stesi o rannicchiati su materassi entro le lenzuola, sotto coperte; in realtà si sono trovati insieme in una regione deserta, accampati all’aperto, un numero incalcolabile di uomini, un esercito, un popolo sulla terra fredda, sotto un cielo freddo, coricati dove erano prima i piedi, la fronte contro il braccio, il viso contro il suolo, col repsiro calmo”. Ah, quel resto di Israele di cui fa cenno Tringali in queste pagine! In un mondo in cui i potenti si atteggiano a giudici e spazzini dell’umanità, “Felici, cristiani, che reggete il mondo, essendone realmente la spazzatura!”. E felici i tanti sconosciuti Kafka, che anche se la salvezza non viene, religiosi o laici essi siano, a destra o a sinistra, siano rivolti i loro sguardi, si capisce che vivono come se in ogni istante dovessero essere trovati degni di un imprevisto che li restituisca all’altezza dei propri desideri. E questa è precisamente “moralità”, cemento anche per la ricostruzione di un Paese sottosopra. “E tu sei sveglio, sei uno dei custodi, trovi il prossimo agitando il legno acceso nel mucchio di stipe accanto a te. Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente”.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!