Gli orfani di Al Gore
Si è schierato senza mezzi termini per Al Gore, il candidato presidenziale del Partito Democratico sconfitto dal Repubblicano George W. Bush. E non è affatto una scelta sbagliata (quella di non fingere, ipocritamente, di essere neutrali, di osservare insulse par condicio e di non avere alcuna opinione, salvo poi surrettiziamente farle passare al pubblico dei lettori come oro colato). A Michael Sean Winters l’era politica inauguratasi con la vittoria di Bush non piace affatto. Ecco le sue ragioni.
Come giudica l’avvento di Bush alla Casa Bianca?
Il nuovo presidente sarà politicamente paralizzato. Entro sei mesi, si toccherà con mano quello che la disputa elettorale della Florida ha già messo sintomaticamente in luce e nel Paese si diffonderà un senso di scoramento generale. Ci si renderà conto, insomma, di avere scelto l’uomo sbagliato. Del resto, The New York Times sta per pubblicare un servizio giornalistico contenente esempi dettagliati delle frodi occorse durante lo spoglio delle schede della Florida. George W. Bush verrà così tentato dall’idea di giocare la carta della politica estera al fine di rafforzare la propria debole immagine presidenziale. È verosimile che in sei mesi i Democratici assumano il controllo del Senato, l’organo federale che ha maggior competenza legislativa in tema di politica estera. Sia il senatore Jesse Helms che il senatore Strom Thurmond (i membri più conservatori del Senato, entrambi Repubblicani, il secondo ex Democratico) sono molto malati, e tutti e due provengono da Stati governati dai Democratici; i quali — è una previsione facile… — nomineranno al loro posto senatori Democratici.
Qualcuno — fra cui noi di Tempi — subodora (o auspica), se non altro simbolicamente, un ritorno del reaganismo…
Non credo che la politica estera dell’era Bush assomiglierà, in alcun modo, a quella a suo tempo praticata da Ronald Reagan. Bush sarà ancora più isolazionista. Lo dimostra la scelta del generale Colin Powell a capo della Segretaria di Stato, cioè come ministro degli Esteri. Powell è risolutamente contrario a impiegare truppe americane all’estero e, come si è visto nel corso della crisi balcanica, l’alternativa al dispiegamento dell’esercito statunitense sono gli inefficaci “caschi blu” dell’ONU, i quali spesso portano più danni che vantaggi. Powell schiererebbe l’esercito degli Stati Uniti solo in casi come quello iracheno, che fu più un videogioco che una guerra.
…un ritorno del reaganismo mondiale, che (pensiamo alla nostra Italia) possa segnare la crisi definitiva del modello politico-culturale ulivista…
Per quanto concerne specificamente l’Italia, non sono certo di quali possano essere le iniziative della squadra di governo scelta da Bush. Sia in Italia che negli Stati Uniti, l’elettorato è generalmente orientato verso il centro: mi pare un dato più che evidente. Eppure questa tendenza comune viene giocata ancora lungo linee di appartenenza partitica, il che impone ai leader politici di pizzicare le corde di tematiche (almeno elettoralmente) più estreme. L’atmosfera di partigianeria partitica che regna oggi a Washington è così carica e velenosa che non permetterà di andare molto lontano…
Crede che l’atteggiamento dei nuovi Stati Uniti verso l’Unione Europea muterà?
Non ho alcuna competenza per valutare l’impatto della politica statunitense sull’Unione Europea, soprattutto dal punto di vista economico-monetario. In generale, però, non credo assisteremo più al clima amicale instauratosi negli anni fra Bill Clinton, Tony Blair e, in misura minore, Gerhard Schröder (per quanto riguarda Lionel Jospin, le cose sono un po’ diverse: benché di sinistra, Jospin è anzitutto francese e quindi ostile per principio a tutto ciò che è americano, porti esso il volto di Bush o quello di Gore…). Penso dunque che vedremo presto nascere un nuovo e generalizzato sentimento di astio nei confronti di qualsiasi tipo d’interesse nordamericano in Europa.
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