La settimana 3

Di Tempi
18 Gennaio 2001
Perché Giulio Andreotti punzecchia Silvio Berlusconi sul caso D’Antoni: in ballo c’è il futuro di Forza Italia in veste di erede principale e a pieno titolo della Democrazia Cristiana. Ma di queste cose l’uomo di Arcore vuole parlare solo dopo le elezioni

Tre personaggi decidono il futuro italiano nel Ppe
Non che ci tenga svegli la notte, però il rebus D’Antoni è uno di quelli che può aiutare a capire cosa sta succedendo su quel versante della politica italiana che dal centro va verso destra. Certezze in questo momento non ce ne sono. Ma un’analisi di quanto è successo in questi ultimi due mesi può aiutare a capire la logica di certi movimenti. Innanzitutto va ricordato che i protagonisti della partita sono tre: Sergio D’Antoni, Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti. E la presenza al tavolo di quest’ultimo già fa capire come in gioco non sia una mera alleanza elettorale fra i fedeli del leader cislino e Forza Italia, ma l’esito di una vicenda con ben più importanti implicazioni politiche. E che riguarda la natura della collocazione di Forza Italia nel Ppe.

D’Antoni vuole mettere le mani su Forza Italia, ma il Cavaliere lo gela
Dietro la richiesta, invero un po’ rozza nei termini, avanzata da D’Antoni a Berlusconi nel corso del loro primo incontro: “tu vai al governo e a me dai il partito”, c’era qualcosa di più che non l’offerta banale e apparentemente arrogante, di una spartizione. È stato il rifiuto netto di Berlusconi, che ha praticamente chiesto a D’Antoni: “prima di parlare così fammi vedere quante divisioni hai”, ad allarmare Andreotti e a suscitare le sue esternazioni anti-Cavaliere di questi ultimi giorni. Il senatore a vita ha letto nel secco rifiuto di Berlusconi l’incapacità di lungimiranza politica di un uomo che vuole entrare, e a pieno titolo, nella famiglia democristiana europea, ma che non sa approfittare dell’opportunità di accogliere un uomo che di quel mondo è in qualche modo erede, mostrandosi magnanimo, flessibile e comunque anche solo possibilista di fronte a quella che gli è parsa, comprensibilmente, come una richiesta eccessiva. Disponibilità che avrebbe favorito un’emorragia dai popolari verso D’Antoni ben più numerosa di quella che si è verificata. Ecco, semplificando, forse Andreotti si è preoccupato dell’incapacità berlusconiana di essere veramente democristiano: bastava un mezzo sì a D’Antoni, non certo l’impegno a dargli il partito, anche perché il tempo per trattare non finisce mai.

All’ex sindacalista non conviene correre per Roma
Su questo si è innestata la questione del sindaco di Roma. Sergio D’Antoni poteva essere un buon candidato, ma tutti avevano in fondo interesse a che non lo diventasse. Non lo voleva Berlusconi, al quale potrebbe andar bene (anche se non lo dirà mai) una vittoria di Walter Veltroni. Così almeno vengono lette le sue parole su Massimo D’Alema ottimo futuro capo dell’opposizione. Non lo voleva Alleanza nazionale, che essendo primo partito nella Capitale e non avendo Gianfranco Fini accettato di correre, teme il rafforzarsi del centro all’interno della Casa delle Libertà. La mossa di Storace di candidare un uomo di Forza Italia come Antonio Tajani difficilmente poteva essere rifiutata dagli alleati e lascia ad An il bastone del comando a Roma. Non lo voleva, almeno non subito, neanche lo stesso D’Antoni, il quale, per non essere vaso di coccio fra Berlusconi e Andreotti, ambiva prima a ritagliarsi un ruolo come leader politico (elezioni politiche) e poi eventualmente a correre per il posto di primo cittadino della Capitale. Sfumata l’operazione Roma, resta comunque in piedi la trattativa tra D’Antoni e Forza Italia per le elezioni politiche; per gli azzurri la porta avanti Claudio Scajola, ma il divario fra le due posizioni non è di poco conto: D’Antoni chiede 20, Scajola offre 7. Si parla di collegi sicuri. Le posizioni di Andreotti (che è arrivato a lasciar intendere il lancio di una terza candidatura per Roma), dicono i più informati, fanno da paravento anche a questa trattativa.

Il problema del partito è rinviato a dopo le elezioni
Ma al di là dei numeri, il punto politico che sembra per ora dividere il vecchio democristiano e l’importante neofita del Ppe è una questione di tempi: Andreotti vuole aperture politiche di sostanza (per esempio la riforma elettorale in senso proporzionale) prima delle elezioni; Berlusconi magari è in cuor suo ben disposto verso queste richieste, ma ne vuole ormai discutere dopo la vittoria elettorale che considera sempre più certa. Il problema del partito comunque gli si porrà inevitabilmente. E i vecchi dc ricordano il trattamento riservato a Ciriaco De Mita quando volle contemporaneamente tenere per sé la carica di presidente del Consiglio e di segretario del partito.

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