La settimana 18

Di Tempi
03 Maggio 2001
Il gatto è un micio. Ma il maggioritario non è ...

In questi giorni cruciali di caccia al voto, nessun politico sembra più soddisfatto del sistema elettorale imposto a furor di popolo otto anni fa. Chi si lamenta delle «scelte dolorose» che ha dovuto fare; chi si pente «di aver appoggiato il maggioritario»; chi rimpiange il proporzionale; chi dice che invece nel Mattarellum ne è rimasto troppo; chi maledice le liste civetta; e un po’ tutti a deplorare il “paracadutaggio” dei candidati in collegi che non li conoscono, e quel che è peggio meno ancora li conosceranno a elezione avvenuta. Colpa del maggioritario? In realtà, in Italia, alle elezioni politiche il maggioritario non è mai stato introdotto. Ma non per colpa di quella residua quota di proporzionale su cui tanto si sono accaniti i successivi referendum rimasti senza quota. La confusione, a monte, è che chi ha proposto il maggioritario ha in realtà sponsorizzato un sistema uninominale a un turno di tipo inglese, nella convinzione che “uninominale” e “maggioritario” fossero due sinonimi. Come “gatto” e “micio”, “uomo” e “maschio”, “donna” e “femmina”.

Anche Churchill faceva i ribaltoni
Invece, non è così. L’uninominale, a uno o due turni, è un sistema elettorale che può avere a volte effetti analoghi a un sistema maggioritario, ma non è un sistema maggioritario. È invece quel sistema in cui il voto è dato non al partito, non al programma, non alla coalizione, ma alla persona. E solo alla persona. Che questa appartenga all’uno o all’altro partito, o addirittura a nessun partito, deve importare meno al candidato, rispetto alle sue doti. «I ribaltoni hanno inquinato la logica del maggioritario», si è ripetuto in Italia fino alla nausea in questi ultimi anni. Ed ecco qui la spia della confusione semantica! In un sistema uninominale funzionante l’eletto ha non il diritto, ma il dovere di cambiare bandiera, quando ritiene che il partito con cui si è schierato tradisca gli interessi degli elettori del suo collegio. Il grande Churchill cambiò casacca due volte, per passare prima dai conservatori ai liberali, e poi di nuovo ai conservatori. E nessun inglese parla di lui come di un voltagabbana… Allo stesso modo nell’uninominale è per l’elettore non un diritto, ma un dovere civico votare anche contro il proprio partito di riferimento, se questo nel suo collegio gli presenta una mezza cartuccia. Non deve essere il partito o il leader a dare i collegi ai suoi cortigiani, ma devono essere i candidati migliori ad assicurare a un partito la vittoria in un collegio la cui “sicurezza” non deve mai essere data per scontata. Così, si ottiene sempre un rapporto diretto tra elettore ed eletto, che è lo scopo di questo tipo di sistemi. La governabilità, la formazione di maggioranze possono essere risultati ulteriori, che dipendono da ulteriori condizioni. Ciò, in concreto, si verifica nel Regno Unito, in Australia e, abbastanza spesso ma non sempre, in Francia. Ma negli Stati Uniti, ad esempio, la natura debole dei locali partiti fa sì che in realtà la coesione governativa sia assicurata non dal sistema uninominale, ma dall’elezione diretta di un presidente della repubblica che è anche responsabile esclusivo dell’esecutivo. In Canada la progressiva regionalizzazione ideologica del Paese ha portato ora da un quadro di tipo britannico a un sistema a cinque partiti, in cui l’alternanza è divenuta difficilissima. In India la cifra di 40 partiti presenti in parlamento, per l’applicazione dell’uninominale a un turno a un contesto geografico di dimensioni continentali, è certamente molto superiore ai 2-3 partiti che vi sopravviverebbero con una clausola di sbarramento del 5%, alla tedesca. E a Malta malgrado il bipartitismo secco l’uninominale all’inglese ha dovuto esservi emendato, perché la particolare distribuzione geografica dei consensi faceva sì che a prendere più seggi era sempre il partito con meno voti. E, dato il carattere, diciamo così, “mediterraneo” dei maltesi, ogni scrutinio finiva regolarmente a cazzotti tra nazionalisti e laburisti.

Leggi truffa e paracadutati
In Italia, invece, per abitudine ormai atavica l’elettore non guarda al candidato, ma a chi lo sponsorizza. Ma questa è, appunto, la logica del voto di lista! Nel cui ambito il maggioritario è quella variante che assicura un premio di maggioranza a chi arriva prima, per permettergli comunque di governare. È il sistema tanto in passato deplorato dalla sinistra nella Legge Acerbo del fascismo o nella Legge “Truffa” Dc, e che però applicato a livello di comuni ha permesso ai sindaci di questa stessa sinistra di conquistare l’Italia nel 1993. Esteso poi a province e regioni, è stato questo stesso maggioritario di lista che ha consentito alle amministrazioni locali di funzionare, alla logica dell’alternanza di iniziare ad operare, e perfino al singolo elettore di combattere gli eventuali “nani e ballerine” a colpi di preferenze. Se si continua a confondere uninominale con maggioritario, a demonizzare la preferenza, a spiegare che «bisogna votare la proposta di governo» qualunque sia il cretino che in questa proposta si incarna, è ovvio che sempre più i candidati saranno scelti dall’alto, senza alcuna considerazione per i bisogni del territorio, alla faccia di quel federalismo oggi tanto di moda. E anche il vituperato proporzionale potrebbe alla lunga sembrare un male minore. Già i nodi vengono al pettine…

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