Bush e la guerriglia “pacifista”

Di Gaspari Antonio
03 Maggio 2001
Hanno detto che era isolato, eppure i 34 Capi di stato dei paesi americani riuniti a Quebec city hanno votato le sue proposte all’unanimità

Hanno detto che era isolato, eppure i 34 Capi di stato dei paesi americani riuniti a Quebec city hanno votato le sue proposte all’unanimità. La Repubblica e altri giornali europei hanno scritto che l’opinione pubblica del suo Paese lo disprezza, invece il Washington Post (che pure ha invitato i lettori a votare Al Gore alle ultime elezioni), ha ammesso che il 63% degli americani gradisce il Presidente George W. Bush. Una percentuale superiore a quella favorevole a Bill Clinton dopo i suoi primi 100 giorni da presidente (59%). Dicevano che era un “sempliciotto”, ma effettivamente Bush sta mostrando capacità e iniziativa politica ben superiore a quella dei“leader europei”. Ha promosso l’accordo per realizzare entro il 2005 il Free Trade Area of America (FTAA), il che significa promuovere sviluppo e democrazia per 800 milioni di persone. Quaranta miliardi di dollari verranno spesi in cinque anni per sostenere la lotta contro l’Aids, la scolarizzazione, l’innalzamento dei livelli educativi e la cancellazione della povertà. Contro queste nuove proposte americane si è schierato l’ormai ben noto “popolo di Seattle”, che continua a dichiararsi democratico e pacifista, ma a Quebec city ha scatenato una guerriglia urbana con il ferimento di 46 poliziotti e 57 dimostranti. Mary Vallis, una giornalista che ha lavorato tre mesi con i “gruppi antiglobalizzazione” ha raccontato sul National Post (“Behind the Front Lines”, 14 aprile 2001) come questi siano militarmente addestrati per scatenare la guerriglia urbana. «Altro che anarchici idealisti – ha scritto la Vallis – i manifestanti hanno una strategia precisa. Anche i gruppi pacifisti sono organizzati militarmente e vengono addestrati secondo precise tecniche di guerriglia. Come avviene con l’addestramento dei Marine, i dimostranti ricevono una mappa precisa dei luoghi dove dovranno muoversi con le indicazioni dei nascondigli e le vie di fuga. I manifestanti sono divisi in gruppi distinti tra loro da un colore in codice. I gruppi verdi si limitano a protestare pacificamente, con azioni a basso rischio che non implicano l’arresto. I gruppi gialli sono specializzati in azioni non violente ma operano blocchi per impegnare le forze dell’ordine. I gruppi rossi si dedicano alla “distruzione”: i loro membri sanno che entreranno in contatto violento con la polizia. La strategia è quella di collocare i gruppi moderati intorno a quelli radicali, in modo da “coprirli”. Esiste inoltre una catena di comunicazione. Le staffette si muovono all’interno della massa dei manifestanti comunicando i cambi di tattica. Non esiste contrapposizione ideologica, destra o sinistra non fa differenza, anche l’ultraconservatore Pat Robertson è radicalmente contrario al processo di globalizzazione. Le diverse anime del movimento vengono plasmate e unite con l’idea del fronte comune».

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