Al buon (Gheddafi) intenditor…
Virgilio Ilari, un brillante storico con la vocazione del Bastian Contrario, ha appena pubblicato per Ideazione un volumetto sulla Guerra civile come chiave di lettura degli ultimi due secoli di storia italiana. Tra le mille provocazioni c’è pure quella di definire il colonnello Gheddafi un nostro agente. Di cui ci saremmo serviti per ribaltare il responso della Seconda Guerra Mondiale e rimettere le mani sul petrolio della Libia, estromettendone gli inglesi e la monarchia senussita filo-britannica.
Il nostro agente a Tripoli?
“Com’è noto”, scrive, “il rovesciamento della monarchia libica fu preparato nell’ambasciata di Libia a Roma e le sue conseguenze furono l’espulsione delle basi militari americane e britanniche (annunciata dal colonnello Gheddafi il 12 dicembre 1969, lo stesso giorno della strage milanese) e degli ex-coloni italiani, ma anche la vitale cooperazione italo-libica in campo petrolifero, che ritorna più volte sullo sfondo della lotta politica interna come del terrorismo internazionale e interno a partire dal 1973”. Più avanti parla di un tentativo di assassinare Gheddafi da parte dei servizi segreti inglesi fallito “per il decisivo intervento del Sid”. E, a proposito delle soffiate sullo scandalo Montedison che nel 1973 avrebbero “convinto” l’Italia a scegliere il sistema tv a colori tedesco-americano rispetto a quello francese, precisa: “ma la Libia ce la tenemmo, e nel 1974-76 il colonnello Gheddafi, con un investimento nella Fiat per lui disastroso, pagò gentilmente il conto del salvataggio dell’azienda torinese (a sfasciargli le nostre armi provvidero poi i francesi nel deserto del Chad)”. Chissà… Se così davvero fosse, l’espulsione di qualche decina di migliaia di italiani sarebbe stato forse un prezzo per noi un po’ pesante, per dare al colonnello il necessario alibi. Ma nella miglior tradizione del paese di Niccolò Machiavelli. La stessa chiave dell’alibi potrebbe essere tirata fuori per tutte le sparate che continua a fare ogni tanto il Colonnello. Compresa appunto questa, ultima: “Non c’è posto in Africa per il colonialismo dei bianchi. La loro presenza qui è illegale. E abbiamo un’altra battaglia da combattere. I loro linguaggi e la loro cultura coloniale non possono esprimere i nostri pensieri e i nostri sentimenti, cosa che possiamo fare solo usando la lingua dei nostri antenati”. Così parlo Gheddafi, settimana scorsa, ahimè, in arabo! Ma storicamente parlando, l’arabo non è una lingua altrettanto estranea all’Africa dell’inglese, del francese o del portoghese, che pure vi sono ugualmente e ampiamente diffusi?
Colonialismo arabo
Come ci ricordano i padri della storia e l’archeologia, al tempo di greci e romani in Libia e nel Maghreb non c’erano gli arabi. Lì ci avevano trovato quelle etnie ribattezzate nazamoni, garamanti, numidi, getuli, mauri, e tutti insieme berberi, cioè “barbari”. Che però avranno modo di dare alla civiltà romana e cristiana personaggi di prim’ordine. Mauro Lusio Quieto, il generale che conquistò per Traiano la Dacia. Settimio Severo e Macrino, imperatori. Terenzio e Apuleio, scrittori. L’apologista Tertulliano e, su tutti, Sant’Agostino. Peccavano certo di pia ingenuità i “Monaci Bianchi” che al tempo della colonizzazione francese d’Algeria andarono un po’ troppo fiduciosi a “restituire ai berberi la fede dei loro avi cristiani”. Però, la storia del rapporto tra Islam e indigeni del Nord Africa non è tanto pacifica come vorrebbe presentarla la vulgata ufficiale dell’Islam. E’ vero: era un berbero quel generale Tariq che nel 709 iniziò la conquista della Spagna per conto del governatore arabo dell’Africa Musa ibn Nusair, sbarcando sulla penisoletta che da allora ha preso il suo nome (Gebel Tariq, “monte di Tariq”, da qui lo spagnolo Gibaltrar e l’italiano “Gibilterra”). Però subito prima era stata una berbera di religione ebraica la leggendaria Kahena, la profetessa che a capo di una coalizione di berberi cristiani, ebrei ed animasti bloccò con una disperata guerriglia per 34 anni l’invasione araba in Tunisia. Allo stesso modo, è vero che alcune delle principali successive dinastie islamiche del Nord Africa furono di pura etnia berbera. Ma tra queste nel X secolo ci fu anche quel regno di Bourghwata in cui il profeta Salah bin Tarif fece tradurre il Corano in berbero. Fatto significativo: come Kahena, anche Saleh bin Tarif era di origine ebraica. Ma i puristi dell’Islam considerarono l’iniziativa eretica, e condussero una jihad che distrusse il Bourghwata e bruciò tutte le copie del Corano in berbero, di cui resta solo qualche frammento annerito in musei occidentali.
Onore alla resistenza berbera
Altro segno di “disconformità”: gran parte dei berberi del deserto non sono né sunniti né sciiti ma appartengono alla terza branca dell’Islam, quella “libertaria” dei kharigiti, i “ribelli”. Fu per questo che nel XII secolo furono mandati in Nord Africa dall’Arabia a “normalizzarli” i due clan beduini dei Beni hilal e dei Beni Sulaim. I “figli della mezzaluna” e i “figli di Salomone”. Fu il loro passaggio che ridusse quello che era stato il “granaio” dell’Impero Romano al deserto attuale. Anche dopo questa specie di marcia sul West islamica, si calcola che gli arabi puri non fossero nel Maghreb che 700.000, su una popolazione di 7 milioni di persone. Ma la loro fu la goccia che, con l’appoggio del potere, contribuì definitivamente a far traboccare il vaso. L’arabizzazione culturale di gran parte dei berberi fu un’operazione di “meticciamento” strettamente simile a quella praticata dagli spagnoli con gli indios del Sud America, e da cui si salvarono solo le genti delle montagne e dei deserti. Ovvero, il 40-50% della popolazione del Marocco, dove un attivo movimento berberista sfida oggi le ire degli integralisti col chiedere la ritraduzione del Corano nella lingua indigena, e il 20% in Algeria, dove in particolare la regione della Cabila vota come un blocco unico per i partiti berberisti, e chiede il bilinguismo con l’arabo. Si parla invece di meno dell’1% della popolazione in Tunisia, e del 5% scarso in Libia. Ma questi berberi libici sono comunque pur sempre sette volte la proporzione degli indiani degli Stati Uniti, malgrado l’asserzione di Gheddafi secondo cui “il problema berbero non è altro che un’invenzione artificiosa del colonialismo”.
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