Cosa dice il corpo del Papa
“La misura è ormai colma: questo Papa sta esagerando”. E perché? Viene da chiederlo a Vittorio Messori, che in un commento sul viaggio del Papa (Corriere della Sera del 7 maggio) ci offre con questo incipit un saggio di virtuosismo retorico che però ci svia dal significato del suo stesso articolo, tutto improntato all’esegesi e comprensione dell’ennesimo atto di spoliazione papale dai criteri mondani del calcolo dei delitti e delle pene reciproci. Più parchi di effetti speciali, i giornalisti al seguito di Giovanni Paolo II non hanno invece rinunciato (e giustamente per ragioni di koiné linguistica) al logorio di quanto vi è stato di “storico”, “pace”, “diritti umani”, “dialogo”, nel viaggio del Pontefice sulle orme di san Paolo. Tutto vero, sia la narcisistica architettura dell’arte del meravigliare il lettore, sia la cronaca politicamente corretta. Tutto giusto, sì, ma non abbastanza per rendercelo vivo, questo Papa, che più diventa vecchio, curvo, piagato, più diventa forte e di buon retrogusto come il miglior vino. Nell’orizzonte di un mondo a reti unificate, si mostra un Pontefice che si piega, umiliandosi, fino a terra, fino a baciarla anche lì, come è successo in Grecia, dove l’atto non soltanto non gli è richiesto, ma sconsigliato e accolto da rumori di una protesta ultraortodossa che suona le campane a lutto. Si vede un Papa stanco, ma che non smette di volgere lo sguardo, di guardare intenso, di accarezzare tenero. Si vede la sua vitalità incredibile, la sua lucidità, la finezza dei suoi gesti. Si vede un corpo in sfacelo, che se ne va quasi per conto suo, come quel filo di bava apparso sulla bocca del Pontefice alla tomba di Giovanni, un corpo che non ne vuole più sapere di politica, soldi, potere, sesso, violenza, di tutto ciò che insomma strepita nella nostra sensibilità, che decide il nostro sentire e che dispone della nostra giornata. Si vede Giovanni Paolo II, un corpo che quasi non c’è più sotto la ferula del morbo parkinsoniano e che pure continua a parlarci, da dentro, come di un corpo che possiede più intelligenza, più muscoli, più sensualità e più tenerezza di ciò che ogni altro corpo ci dice e di cui sono pieni i film, le Tv, i giornali, le tavole imbandite, le alcove, le palestre, le musiche ribelli. Si vede questa pura presenza che dichiarandosi quasi tacendo è come uno sparo nella notte. Ma non è un’aggressione di morte la sua, è l’irruzione di un potere che sfugge a ogni definizione, un potere che, si è visto nel modo con cui ha conquistato il “nemico” greco e la “lontananza” musulmana, ha un urto sull’intelligenza e le viscere del popolo che è buono. Nel suo “non potere” – quasi nemmeno più di governo dei movimenti del proprio corpo – Giovanni Paolo II è una presenza buona, pacificante, certa, sperante. Sembra l’unico fattore di unità in un mondo che avanza per divisioni. Esiste forse soltanto nei bambini questa forte identità coniugata alla capacità di unità, questa familiarità con gli esseri e con le cose, questo stare a casa propria ovunque e con chicchessia, specchi, i bambini, che la vita insiste e si origina a un livello stupefacentemente unito della realtà. Qui, pare di intuire, c’è la sorgente delle cose, un livello della realtà dove la realtà dice “Io”. Sì, questo Papa sta esagerando a pretendere di indicare al mondo questo livello della realtà che unisce tutto e tutti. E soprattutto colma ogni misura uno che continua ad andare in giro in rappresentanza di Gesù Cristo, uno che a domanda dei suoi suoi inquisitori: “Cos’è la Verità?”, risponde: “È l’uomo che hai davanti”.
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