Silenzi-assensi, Fiat e chapeau, Masseroli
Caro direttore,
ho letto con interesse l’articolo di Angela Pellicciari “Fassino va alla guerra”. La Pellicciari ha scritto un bel libro su Cavour e dintorni, Risorgimento da riscrivere, e pertanto è ben documentata sul Cavour. Nell’articolo la Pellicciari, prendendo spunto dalle dichiarazioni filo Cavour rilasciate dall’ex viceministro degli Esteri, oggi guardasigilli “uscente” Piero Fassino che ha espresso il desiderio di essere nominato tra i 150 della spedizione in Crimea, sostiene che Cavour voterebbe Fassino perché come D’Alema in Kosovo anche Camillo mandò in Crimea dei soldati tanto per fare un po’ di rappresaglia ed entrare a far parte delle grandi potenze europee. Insomma nel riscrivere il Risorgimento D’Alema diventa un nipotino di Cavour. Lo dice Fassino, rincara la dosa con un po’ di ironia la Pellicciari. Tuttavia mi permetto di dire che c’è qualcosa che non va in questo revisionismo. Non è vero che D’Alema con l’appoggio dell’opposizione di centrodestra ha portato l’Italia in guerra dopo 50 anni di pace. L’Italia in guerra ce l’ha portata Andreotti, mandando nel Golfo Persico tutto ciò che l’Esercito italiano aveva di buono, 10 aerei e 3 navi. Non solo: l’Italia nel ’91, a differenza della guerra in Kosovo, oltre alla Gran Bretagna e alla Francia, che peraltro mandò il suo contingente dopo di noi, era l’unica potenza europea a combattere insieme agli arabi e agli Usa Saddam. E la guerra non era della Nato con l’avvallo dell’Onu come in Kosovo. Inoltre mentre in Kosovo eravamo costretti a partecipare per evidenti ragioni geografiche, nel Golfo potevamo benissimo non partecipare direttamente al massacro. Già, perché di massacro si è trattato: 500mila morti. Nella guerra dei Balcani le vittime sono state migliaia. Se lo ricordi la Pellicciari. Tra i nipotini di Cavour non c’è solo D’Alema, che forse è il meno pericoloso. Spero che Tempi, notoriamente conosciuto per la sua libertà con la quale combatte a volte battaglie a viso aperto, non censuri questa osservazione per opportunismo elettoralistico.
Massimo Tringali, Aosta
Egregio Direttore,
il fine non giustifica i mezzi: il silenzio-assenso nel caso dei trapianti d’organo significa che il nostro corpo, post mortem, appartiene allo Stato, se non ci si oppone. Ed è facile pensare che il silenzio-assenso funzionerà soprattutto per i più poveri, i più deboli, da sempre i meno informati.
Antonino Brambilla, Carate Brianza
Caro direttore,
l’Avvocato-Fiat si è dissociato, con cautela, dall’offensiva cartacea anglo-franco-spagnola contro Berlusconi, e gli ulivisti hanno preso a male la cosa. Evidentemente avevano solo memoria di quando l’Avvocato-Fiat aveva fatto sapere che unicamente ragioni di forza maggiore personali gli avrebbero impedito di essere in Senato per votare la fiducia al governo D’Alema, forse convinti che con l’avvento al potere degli ex comunisti e dei dossettiani i signori di Torino avrebbero rinnegato il principio fondante del proprio potere: “sempre con chi comanda a Roma”. Principio che nei periodi di transizione diventa: “sempre con chi abbia maggiori possibilità di comandare a Roma”. Nel rispetto di quei principi il nonno dell’Avvocato-Fiat è stato con Giolitti e con Mussolini; dopo l’8 settembre 1943 la Fiat di Valletta ha continuato a produrre per i tedeschi, ma inviava anche camion di coperte e di viveri ai partigiani in montagna, cosa che ha consentito a Valletta di uscire, rapidamente e pulito – con l’apporto decisivo del commissario comunista dell’azienda – dal processo promosso contro di lui, dopo il 25 aprile 1945, per collaborazionismo. Sempre Valletta, per assicurarsi le commesse belliche degli Usa, negli anni ’50 “torchiò” in fabbrica i comunisti (duramente avversato dalla Cisl di Donat-Cattin, duro anticomunista ma intransigente difensore del diritto dei comunisti di professarsi liberamente e ovunque tali). Ma fiutando l’aria nel febbraio del 1962, con due anni di anticipo sull’avvenimento, Valletta chiese la partecipazione dei socialisti al governo. Nel 1975 la sinistra politica e sindacale era considerata dai più la forza che avrebbe sostituito la Dc alla guida del governo e l’Avvocato-Fiat – diventato presidente della società e della Confindustria – firmò coi sindacati confederali, guidati di fatto dal comunista Lama, l’accordo che unificava il valore del punto di contingenza per salari e stipendi, prima aperta misura in Italia di “socialismo reale”. Ma essendo stati sconfitti i comunisti nelle elezioni del 1979, e soprattutto dopo la vittoria di Forlani e di Donat-Cattin al congresso nazionale della Dc del 1980 (che segnò la sconfitta, nella Dc e nel Pci, dei fautori del “compromesso storico”, e la vittoria dei fautori dell’alleanza strategica Dc-Psi) la Fiat di Agnelli e di Romiti divenne, per tutti gli anni ’80, la punta di lancia dei “modernizzatori” liberal-democratici del Paese. Nel 1994 l’Avvocato-Fiat non mosse un dito a favore di Berlusconi, convinto che gli ex comunisti, prima o poi, sarebbero andati al potere. Il resto della storia l’abbiamo ricordato. Credo che si possa concludere questa rapidissima carrellata in un solo modo: augurandoci che come tante volte in passato, in vista delle elezioni del 13 maggio, il fiuto dell’Avvocato-Fiat, anche se è ormai avanti negli anni, sia rimasto buono.
Nicola Guiso; Roma
Caro direttore,
ho deciso di candidarmi al consiglio comunale di Milano nelle liste di Forza Italia. Ti scrivo queste poche righe perché ti ritengo in qualche modo coinvolto nella mia decisione. Non solo perché sei stato il primo a buttarmi nella mischia ormai più di quindici anni fa (non so se ricordi, da poco arrivato ad insegnare nel liceo che frequentavo, mi hai portato in televisione a partecipare ad un dibattito sulle rivolte degli studenti), ma soprattutto per le accalorate chiacchierate nelle cene tra amici in cui a volte ci incontriamo e nelle quali sempre inviti (me e quelli della mia generazione di trentenni) ad un impegno civile, come non fosse già impegno civile, dico io, la quotidiana vita di ciascuno. Non dico che mi hai convinto, ma la mia vita quotidiana questa volta mi ha portato una provocazione da cui non ho potuto tirarmi indietro: il rischio di giocare la nostra comune storia di cattolici nella costruzione della città di Milano. In questo la sfida più radicale che sento è quella di contribuire a creare un contesto che aiuti il più possibile gli uomini a domandarsi il significato del proprio lavoro e della propria vita.
Carlo Masseroli, Milano
Stimatissimo Direttore,
scrivo in riferimento all’articolo della Donnini sulla denatalità in Italia. Sono perfettamente d’accordo con l’articolista, tuttavia le agevolazioni fiscali servono a chi i figli li vuole avere e li stima come un dono e una risorsa. A monte della denatalità c’è una questione culturale, di mentalità. Questo l’ho capito parlando con persone dai 28/30 ai 40/45 anni che considerano fare figli e, soprattutto, riconoscerli come un ostacolo al riconoscimento del diritto di mantenere la piena proprietà sull’abitazione eventualmente acquistata dal marito. Il consiglio era: primo non sposarsi, perchè, se ti separi, la casa va alla ex-moglie e, secondo, se convivi, non fare figli o non riconoscerli, perchè la casa, anche in questo caso, va alla moglie affidataria dei figli. Per questo tanto di cappello alla cultura diffusa da televisione, La Repubblica & co.e scuola (tutti ovviamente appartenenti alla sinistra libertaria e nichilista…)
Lucia Ripa, Rimini
IL DIRETTORE RISPONDE
A prescindere dalle lettere noi volevamo dire: d’accordo, quel continuum di notizie in cui siamo immersi come pesci nell’acqua è fatto per distrarci e, steso l’asciugamano sulla roccia del dispaccio quotidiano, per ristabilire il primato dell’idea che non puoi farci niente se scoppia una bomba a Tel Aviv o se il sole è finalmente così caldo da consigliare i primi bagni in riviera. Il mondo è intrattenimento: c’è chi se lo gode dal bordo della piscina di un Hotel a cinque stelle e chi se lo prende in testa nella misura di una pallottola vagante in una no-land palestinese. C’è chi versa l’anima sulle montagne di Macedonia e c’è chi, strapagato, oggi a Skopje, domani a Porto Cervo, ci scrive sopra un commento pieno di calde lacrime. C’è chi bestemmia e c’è chi cerca un motivo d’odio (o di consolazione) a una vita che non è, ma si può fare di tutto perché così appaia, la favola raccontata da un’idiota in un eccesso di furore. In fondo è tutta la stessa solfa e, canta Vasco Rossi, intanto “siamo soli”, non c’è figlio che ci tenga attaccati alle promesse di un amore per sempre e l’ultimo fiocco di neve raggela il precedente. Poi il calore animale prende il sopravvento e tutto sulla terra ricomincia d’accapo, soprattutto nelle cose che chiamiamo “serie”, nel turbinio dei sentimenti prevalenti. Dicono i giornalisti: divertente, no? Se non ti diverti più, questo è il segno che devi cambiare. Chiaro che per quelli che non hanno la possibilità di “divergere” mutando continuamente contenitore del vivere, il problema neanche si pone: che smettano di poetare e tirino la carretta fino a Aden, imparando l’arte dei commercianti d’armi e di schiavi. Altrimenti se ne vadano al diavolo ficcandosi un proiettile in testa (sempre che riescano a procurarsi una pistola e il coraggio necessario all’operazione). Questo, all’ingrosso, è il circo mondano, di cui la Tv è divertente preservativo, fino a morirne.
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