La Lotta contro il Nulla
La verità non è un’evidenza: non solo nei manuali di storia dell’arte sacra e nelle mostre ma nella stessa banalità delle opere che spesso vengono realizzate per altari e navate, tanto che – come hanno recentemente scritto Frangi e Stolfi nella loro rubrica – ormai ci si è ridotti a insegnare l’idea di un’arte sacra invece di cercare spezzoni di cristianesimo dentro l’arte. Sono i frammenti, gli scarti, le macerie: intorno a loro non appare nessuna aureola, nessun alone sacro né pompa di paramenti. Ma ci sono spezzoni di vita e di memoria. Scorie non espurgabili di un’esperienza sfiorata. Come l’evangelica pietra scartata dai muratori e fatta chiave di volta… Raccontano che Giacobbe dopo aver lottato con l’Angelo portò sulla sua carne il segno di quell’incontro-scontro col divino: fu sciancato per tutta la vita. Vi sono artisti che anche senza volerlo portano dentro la loro arte (che è poi la loro carne) il segno di un incontro e un evento. Agli esempi ricordati da Frangi e Stolfi vorrei così aggiungere la testimonianza di un incontro qui nel carcere. Di un incontro davanti alla porta chiusa della cappella, un incontro attraverso le sollecitazioni delle guardie a non fermarmi e lo spessore di un vetro antiproiettile, per cercar di cogliere dallo spioncino, nella misteriosa figura appesa alla parete, un cenno, una parola, un senso: tracce di un discorso, e un percorso, rivolto a quel Mistero dove la ferita della ragione diviene stimmata e offerta. Un percorso, e un discorso, artistico che è cristiano – come dicono Frangi e Stolfi – per la verità drammatica con cui evoca il Nulla e per la forza (la Grazia) con cui se ne sottrae… Quando sono proprio i rifiuti, le rovine, i detriti ad essere trasfigurati in una nuova possibilità delle cose e della coscienza… Riconoscendo, come già Malevic, nel Crocefisso la forma fondamentale e conpulsiva per tradurre il mondo in opera d’arte: ferita inferta alle scontate convenienze della società e del carcere, ferita sempre aperta, come questa cornice di ferro brunito che porta una sagoma vagamente antropomorfa ricavata dai resti di un vecchio copertone di camion, tenuta da una trama di fili metallici che la completano e la imprigionano. Forse la nostalgia degli intrecci nei giochi di un’infanzia povera e straniera e le odierne reste metalliche di reticolati di carceri e confini. Una forma scura e consunta, appesa alla nuda parete di mattoni, su cui stacca come un rilievo: i resti di una Vita, una Verità, una Via. Ma anche un tendersi e un protendersi che ricorda quella figura appena abbozzata del Cristo che si leva da uno sfondo indistinto di grovigli nella scultura di Fazzini per la sala delle udienze in Vaticano: come una Resurrezione allora, a dire di un percorso che non è ancora concluso, nel carcere o sulla croce… Un percorso verso Dio, a un senso tangibile di Dio, questo è il lavoro di una sconosciuta ragazza del “femminile”, dove, invocata o no, emerge una Presenza. Un’opera che è insieme preghiera e denuncia, una lezione forse, ma che non ha niente di didascalico o di agiografico: dietro il grumo, la rete, il coagulo, il torcersi e il pulsare resta il segno di un incontro con la vita e la sofferenza. Una trama di materia aperta alla luce, al soffio, alla parola. La sacralità è allora nelle intenzioni dell’opera, nell’Amore con cui fa emergere la bellezza anche di ciò che è brutto, di scarto, e non vale niente… Come i resti di un vecchio copertone o la spoglia di un Condannato appesa alla croce.
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