I necessari legami della Lega

Di Tempi
01 Febbraio 2001
Decentramento e Stato forte non sono incompatibili. Lo sono statalismo e sfascismo. È da veri liberali essere federalisti e nazionali. Come insegnano gl’inglesi. E come anche Umberto Bossi (deve) fa(re).

Come ogni forza politica, anche la Lega Nord, pur facendosi portatrice di un progetto politico complessivo, accentua di esso la parte che ritiene fondante e ciò che la caratterizza nell’orizzonte politico in relazione agli altri partiti. Non c’è dubbio che per la Lega ciò sia il progetto federalista dello Stato. È indubbiamente un suo portato e sarebbe miope chi, non condividendo certe estremizzazioni che certamente ci sono state, perdesse di vista questo dato inconfutabile. Che, come è noto, permane. Perché certamente i contenuti in politica sono legati molto ai loro “fondatori”.

Libertà e indipendenza economiche
Ma il punto è un altro. Si tratta di capire se quel contenuto ha una portata autonoma o se, viceversa, non debba essere confrontato e coordinato con altre istanze. E se proprio da questo confronto e da questa sintesi non dipenda, ultimamente, anche la sua stessa sopravvivenza. Perché la Lega, in particolare ai suoi esordi, fu molto legata anche al tema fiscale e si fece portatrice, come nessun altro al tempo, della esigenza di un ridimensionamento forte e deciso del carico fiscale come richiesta anzitutto di maggiore libertà “da Roma”, ma anche come condizione per la ripresa economica generale di tutto il paese. Infatti non c’è dubbio che la richiesta della Lega fosse anzitutto di tipo politico: la prima forma di indipendenza è infatti quella fiscale cioè quella che permette di decidere, in modo sovrano, come e quanto tassare i cittadini e come spendere i soldi che i cittadini stessi hanno versato per le finanze pubbliche. Ma non c’è altrettanto dubbio che questa impostazione politica avesse anche un portato di tipo economico che si avvicinava alle convinzioni degli economisti liberisti: un minore peso dello Stato consente all’economia di funzionare meglio, di essere più produttiva e competitiva e, alla fine, di procurare anche un gettito fiscale importante per lo Stato stesso, se non maggiore di quello procurato da un economia compressa. Sono questioni di fondo che oggi si pongono alla Lega e alla coalizione nella quale essa si trova, la Casa delle libertà. E che spiegano come necessaria l’alleanza della Lega con gli altri e degli altri con la Lega proprio in funzione di una visione complessiva e liberale che altrimenti sarebbe difficile da raggiungere.

Tre spunti. fondamentali
1. Il federalismo senza liberismo moltiplica, al livello locale, governi dirigisti e non adatti a favorire la ripresa e lo sviluppo economici. Lo strumento politico del federalismo non assicura, in altri termini, una liberalizzazione dell’economia e del mercato, senza i quali non si raggiunge oggi nessun buon livello di sviluppo economico. Anzi può trattarsi di una moltiplicazione di dirigismi anziché di una loro riduzione. Altra cosa è l’unione di federalismo e liberismo: così si raggiunge il duplice obiettivo di avvicinare decisioni politiche e cittadini, di offrire un maggior controllo su di esse, ma anche di ridurre il peso dello stato sulla vita dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.
2. Non si può essere soggetti attivi e competitivi nella globalizzazione chiudendosi ma aprendosi e affrontandola concorrendo con essa. Per far questo occorrono politiche economiche capaci di rendere competitive le proprie imprese sul mercato globalizzato, non tentare di ripararle con impossibili e anacronistici steccati protezionistici. Chi si chiude, oggi, perde sicuramente. Chi si apre può vincere o, almeno, competere e mantenere una certa posizione, dignitosa. Se questo è sicuramente vero per l’economia non di meno lo è per la cultura. Anche qui steccati non se ne possono fare semplicemente perché non sono efficaci: vengono superati da coloro stessi per i quali sono stati creati. Basti pensare alle quote obbligatorie di proiezione di film nazionali ed europei fissate dal Governo francese per proteggere la cultura nazionale. Sono state un fallimento clamoroso perché nessuno ha guardato in televisione quei film e al cinema ha continuato a sbancare il cinema estero, in particolare quello americano. La cultura nazionale non si difende, come il mercato, proteggendola dall’esterno ma rendendola forte a tal punto da resistere all’esterno.
3. Un istituto liberista inglese, l’Institute of economic affairs, ha pubblicato un paper dal significativo titolo “Perché la globalizzazione ha bisogno delle nazioni”. Potrebbe meravigliare che un istituto d’ispirazione liberista invochi la presenza delle nazioni nel bel mezzo della globalizzazione. Ma leggendo si capisce bene dove è il nocciolo della questione: chi può meglio della nazione capire e gestire la presenza all’interno della globalizzazione in quel difficile equilibrio tra integrazione e mantenimento della propria identità. Discorso che vale da vari punti di vista: economico, politico, culturale e sociale. Ecco perché una coalizione nella quale federalismo, liberismo e sentimento nazionale convivano “alla pari” è indispensabile. Chiarito questo, si può parlare anche di collegi.

Di Paolo Del Debbio

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