I tartufi della New Economy

Di Valenti Duilio
01 Febbraio 2001
Da San Francisco

Sono qui negli Sati Uniti da diciannove anni e con l’arrivo della stagione fredda lo aspetto tutti gli anni con ansietà ahhh, il tartufo! Quanti ricordi mi regala. Da quel capodanno del 1977 al castello di Cozzo di Padre Eligio al silenzio da suspense nelle cucine di Gualtiero Marchesi quando aprivamo il pacchetto profumato appena arrivato da Alba. Però quest’anno è successo qualcosa che l’ha reso inaccessibile anche a me, lo chef di un ristorante di lusso della California.Il prezzo, direte voi. Sì il prezzo, 5.500 dollari (circa 11 milioni di lire) al chilo e… tutti lo vogliono! Il tartufo bianco fu uno degli alimenti tassati al 100% due anni fa (in retaliation alla decisione europea di fermare l’importazione delle carni contenenti steroidi) ed è un prodotto così ridicolamente extravagant che fa impazzire tutti i dot-commer di Silicon Valley. Peccato che il delicious white truffle from Alba, quello vero, anche quest’anno sia stato un fantasma. Chi l’ha avuto lo ha venduto solo ai clienti migliori; nei locali alla moda e di successo; se lo ordinavi una settimana prima; se gli compravi qualcos’altro; e se chiedevi per piacere. Io avevo tutti i requisiti. Ma non ho chiesto per piacere. Mi è venuto da piangere, se lo sono sbafato tutto sotto il mio naso, a centomila lire il piatto.Ma l’americano che mangia il tartufo per la prima volta cosa si aspetta? Un mio cliente che l’ha provato (altrove) mi ha detto che l’odore gli ricorda i wet clothes, ovvero i panni bagnati. Un altro “il burning wood, cioè il legno che brucia. Un altro ancora l’enamel paint, la pittura a smalto. E il profumo dei boschi avvolti dalla nebbia in Piemonte? Della terra umida e ricca delle Langhe? Quel sapore unico, delicato e forte, dolce e piccante, incredibilmente accentuato da un bel Nebbiolo? Non importa, basta che un chilo costi più di una casa nel Messico.

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