Diavolo, la morte della carne!

Di Stefanini Maurizio
01 Febbraio 2001
Dalla “chair” degli amanti e dei gaudenti, alla “viande” dei macellaie e dei buongustai. Poi venne l’Aids, una prima serie di “mucche pazze”, l’astensionismo generale. Un ricordo della carne. E dei suoi fegati, coratella, rognoni, animelle, trippe, code, all’epoca dei parallelepipedi già panati

“Come si fa a tradurre la chair di una poesia di Rimbaud”, chiedeva il curatore della relativa opera omnia per i Meridiani della Mondadori, “senza rovinare tutto con la pesante evocazione di un quarto di manzo esposto in vetrina”? Ma la domanda non potrebbe essere rovesciata? Non è stato forse il razionalismo transalpino a spaccare il capello attorno a una materia di cui in fondo la logica più profonda non solo dell’italiano, ma anche della maggior parte dei linguaggi ha colto un nesso più profondo?

Polpette & banane
Comunque, quando si dice che il XXI secolo inizia sul tema della “paura della carne”, è nel senso dell’approssimazione italiana, e non dell’esprit de finesse francese, che l’espressione va intesa. Paura dell’Aids, paura della mucca pazza, e non solo. Fra omofobia e omofobofobia, fra timore del boom demografico e timore della crescita zero, tra fantasma del meticciato di massa e fantasma di un’eugenetica a sfondo razzista, la sindrome da immunodeficienza acquisita non è in fondo che la punta emersa di un iceberg di terrori molto più variegato. E sull’altro fronte, l’Europa è scivolata sulla buccia di banana dei mangimi di farina animale proprio dopo aver scatenato una guerra commerciale contro gli Stati Uniti proprio sulla storia della carne agli ormoni. L’Europa vietò l’importazione di carne americana, gli Usa stabilirono per rappresaglia un dazio doganale omicida del 100% su una lista di prodotti tra cui c’erano anche alcuni pregiati formaggi francesi, un contadino francese produttore di uno di questi formaggi andò a sfasciare per protesta un McDonald, e questo violento affermatore della libertà di commercio sua contro le barriere commerciali che impediscono la globalizzazione è diventato per il cosiddetto popolo di Seattle un eroe della lotta contro la globalizzazione che vuole imporre la libertà di commercio abolendo le barriere commerciali. E questa è la vera storia sia del signor José Bové, sia della sollecita preoccupazione delle autorità europee per la salute dei consumatori, dei quali infatti possiamo ora vedere i brillanti risultati. Grande è il disordine, sotto il cielo, ma soprattutto dentro le teste. E la situazione non è per niente buona, neanche nella terra di Cartesio.

Apologia delle frattaglie
Ma anche nel Paese dei cow-boy, delle T-steak e degli hamburger, nella terra che ha fatto dei polpettoni di McDonald il simbolo quasi della propria cultura, la paura della carne, in senso gastronomico, schizza fuori dagli angoli più inaspettati. Recente è stata ad esempio la polemica sulla legge igienista per cui molti Stati impongono ormai di cuocere gli hamburger per lo meno 15 secondi, a una temperatura non inferiore ai 64 gradi centigradi. Così si evita il batterio che si può trovare nella carne semicruda e che ha provocato recentemente diverse morti. Ma si riduce anche la polpetta a un pezzo di carbone che a non tutti piace, a parte che può provocare il cancro. Poiché le richieste di danni per morti da intossicazione nel breve periodo sono però più probabili che non quelle per morti da tumore in un periodo più lungo, certi ristoranti fanno firmare dichiarazioni liberatorie, in cui il cliente amante della carne al sangue costi quel che costi si impegna a non intraprendere alcuna azione legale in caso di intossicazione. Sorvolando sul particolare che in realtà della cottura carbonizzante non ci sarebbe bisogno, se si rispettassero veramente le norme standard sulla refrigerazione. Pure significativa è la paura di quel “quinto quarto” che una volta, nella gastronomia etnica di tutto il mondo, riforniva i poveri di proteine a basso prezzo grazie agli scarti della macellazione: fegato, coratella, rognoni, animelle, trippe, code… Ma gli americani, proprio perché storicamente viziati dalla troppa carne in provenienza dalle praterie del Far West, hanno imparato da tempo a schifare questi “rimasugli”, fino al punto da sviluppare una vera e propria fobia nazionale per l’anatomia animale. Che è poi una fobia che risponde a quello stato d’animo, che gli stessi americani hanno ormai contagiato al mondo, da cui nasce la mania per la carne che non ha più il coraggio di essere se stessa, e che si travolge da qualcos’altro: hamburger, bastoncino, crocchetta, mattonella, eccetera. Con la conseguenza di vedere i bambini che, quando a scuola gli si dice di disegnare un pesce, riproducono un inconfondibile parallelepipedo, per giunta già panato. Salvo che è stata poi la necessità di riciclare questi “scarti” ormai rifiutati dall’uomo che ha innescato l’attuale catastrofe…

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