L’attimo (non) fuggente
Capita che il nostro cuore è inquieto: il mio, il vostro, quello di Roberto, quello di Monica. È inquieto, cioè noi vogliamo essere felici, vogliamo che la vita sia grande, sia bella e cerchiamo nella nostra vita qualcosa che ci renda felici. Ognuno di noi fa così.
E allora che cosa succede? Succede che noi individuiamo un oggetto, una realtà, una persona, e diciamo: questo ci può rendere felici. Ed è giusto far così. Solo che un attimo dopo accade in noi la possibilità della violenza. Perché? Perché diciamo: questo oggetto che mi può rendere felice, questa persona, questo rapporto, è mio. È tutto per me ed è mio. E così è come vedere un fiore. Vedo un fiore, è bello, mi piace, ha un buon profumo, ha un bel colore, capisco che corrisponde a quel che vorrei io e lo prendo. Ecco, in ognuno di noi c’è questo tentativo: sia il mio. E così, se quella realtà io la penso come mia e basta, c’è solo quella ed è mia. Allora sempre, sempre, in tutti noi, c’è la possibilità della violenza: voglio possederti, voglio che tu sia come dico io, voglio che la mia vita sia come dico io. Così il nostro cuore che era già inquieto perché cercava la felicità, diventa ancora più inquieto. La violenza nasce da qui. Nasce dal fatto che noi di un particolare facciamo il tutto e vogliamo essere noi i padroni di questo particolare.
Cosa ci dimentichiamo? Ci dimentichiamo che la realtà non la facciamo noi, che il mio cuore non l’ho fatto io, la mia vita non la faccio io. La realtà mi è donata. C’è un Mistero che me la dà.
dalla omelia di don Marcello Brambilla alla Messa in suffragio di Monica, la ragazza uccisa in una scuola di Sesto S. Giovanni, 14 febbraio 2001
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