Il Generale Inverno
La storia insegna che diversi grandi condottieri, da Gengis Khan a Napoleone e a Hitler, lasciarono sulle pianure ghiacciate della Russia i propri sogni di gloria. È infatti questa una delle caratteristiche più evidenti della geografia, come anche dell’anima russa: essere perennemente succubi di una misura troppo grande per essere colmata (la distanza, il freddo, il tempo), e allo stesso tempo provare l’ebbrezza di essere gli unici a distendere sempre lo sguardo sull’infinito. Non a caso il ministro più popolare e più attivo del governo russo, unico a conservare il proprio posto nonostante tutti i cambiamenti degli ultimi anni, è il ministro per le Situazioni d’Emergenza Sergej Shojgu, diventato ormai una sorte di eroe nazionale, poiché l’emergenza sembra essere ormai l’unica maniera per affrontare i problemi quotidiani della società russa. Proprio Shojgu aveva guidato il cartello elettorale pro-Putin alle trionfali elezioni dell’anno scorso e ancora lui, con i suoi fedeli angeli della protezione civile in giubba arancione, è stato il primo ad affrontare i disastri che il “Generale Inverno” ha provocato soprattutto in estremo oriente, dove centinaia di migliaia di persone si trovano prive di elettricità e riscaldamento ad affrontare temperature di cinquanta sotto zero. In questa ennesima emergenza si specchia tutto il velleitarismo e l’impotenza delle annunciate riforme putiniane: le regioni tradizionalmente più fredde sono state “sorprese” dai rigori eccezionali dell’inverno, come se si trattasse dell’ennesima invenzione degli americani per discreditare ulteriormente la Russia già tanto umiliata. Come sempre, le contraddizioni della Russia vengono risolte dalla concatenazione di due quesiti: il primo («che fare?») rimanda alla risposta data al secondo («chi è il colpevole?»). Anche stavolta la soluzione è stata trovata nell’allontanamento del governatore dell’Estremo oriente, Evgenij Nazdratenko, uno dei personaggi russi più discussi degli ultimi dieci anni. Dopo aver cercato in tutti i modi di agire secondo le procedure della “nuova verticale del potere”, il presidente Putin si è visto costretto a ricorrere al “metodo eltsiniano”, prendendo il telefono e minacciando personalmente il governatore, opportunamente ricoverato in ospedale, che se non si fosse dimesso “gli avrebbe fatto vedere lui” come sarebbe andata a finire. Le dimissioni di Nazdratenko non sono soltanto un episodio di politica locale russa. L’inaffondabilità del signorotto del mar della Cina sembrava più certa della tenuta del muro di Berlino, e la sua impudenza di fronte ai dettami della lontana Mosca appariva anche più audace di quella dei vari comandanti della guerra cecena, tanto che la sua uscita di scena potrebbe significare l’inizio della riconquista del paese da parte del Cremlino in guerra con i boiardi. Non a caso i comunisti, finora annichiliti dalla potenza elettorale della burocrazia centrale, cercano di tornare in gioco come campioni della resistenza dei popoli e delle regioni alle pretese del potere centrale.
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