La settimana 10
«Non costruitevi divinità». «Maledetto chi scolpisce o fonde in metallo la statua di un idolo». «Distruggete completamente tutti i luoghi di culto sui monti, sulle colline e sotto gli alberi sacri, dove i popoli che state per scacciare servono i loro dei. Distruggete i loro altari, farete a pezzi le loro stele, brucerete i loro pali sacri e romperete le statue dei loro dei».
Alle origini dell’iconoclastia
Basta spulciare qua e là nel Pentateuco, ed è abbastanza chiara l’origine del terribile, sacro furore monoteista che ha condotto i Talebani alla distruzione delle grandi statue di Buddha di Banyan. Anche se, paradossalmente, a differenza della Torah il Corano, se riempie di improperi gli “idolatri”, non prescrive espressamente di distruggere le loro immagini. Al contrario, c’è addirittura quella VI Sura in cui un Allah pragmatico ingiunge ai credenti: «Non ingiuriare i loro idoli, affinché essi non abbiano ad ingiuriare Noi, per vendicarsi dei tuoi insulti». Insomma, «Fai la Sua Volontà e lascia gli idolatri al loro destino! Se Dio volesse, quella gente crederebbe, ma Dio svia chi vuole dal retto Sentiero. Noi non ti abbiamo designato a loro custode e tu non dovrai rispondere, nel Giorno del Giudizio, delle loro gravi colpe». Bisogna risalire a un hadith, cioè a un detto attribuito al Profeta fuori del Corano, per risalire a quel famoso divieto formale di rappresentare l’immagine di Dio di cui tanto spesso si parla come caratteristica essenziale dell’Islam. E l’obbligo di “distruggere gli idoli” non ne è che una deduzione indiretta. Non a caso, come hanno ricordato i nemici dei Talebani seguaci del comandante Massud, per 16 secoli i grandi Buddha erano stati lasciati intatti sulle loro rocce da generazioni di devoti musulmani, senza che ciò intaccasse minimamente la loro fede. Ma non è solo il fanatismo religioso che fa a pezzi le immagini. “Distruzione degli idoli”, definì polemicamente nel XVI secolo Francesco Bacone un’operazione mentale di rimozione dei pregiudizi da lui ritenuta indispensabile, per permettere la nascita della scienza moderna. E lui si limitava alla metafora! Dai geroglifici scalpellati sui monumenti egizi alla damnatio memoriae dei romani, dalla statua di Napoleone fatta “sbullonare” dai Comunardi su istigazione del pittore Courbet ai roghi nazisti dell’arte degenerata, dai fasci littorii picconati dopo il 25 luglio alle rivoluzioni culturali delle Guardie Rosse e dei Khmer Rossi, è una ricorrente tentazione storica quella di «manomettere gli iddii dei vinti», come scriveva il disperato Ugo Foscolo-Jacopo Ortis. Né il cristianesimo ne è stato immune. “Iconoclastia”, distruzione delle immagini, si chiamò in particolare il movimento che nell’VIII secolo sorse nell’Impero Bizantino, su influenza diretta del dilagante espansionismo islamico. Fu un vero e proprio partito polituico-religioso, che ad un certo punto schierò con sé lo stesso Basileus, e divenne l’ortodossia ufficiale a Costantinopoli, senza però convincere il Papa di Roma.
Perché (a maggio) il Papa tornerà a Damasco
Fu anzi in Occidente che partì la controffensiva da cui infine arrivò nel 787 la condanna dell’iconoclastia decretata dal Secondo Concilio Ecumenico di Nicea. Con un paradosso solo apparente, il grande ideologo del culto delle immagini fu San Giovanni di Damasco, un monaco siriano che era stato funzionario alla Corte dei Califfi. Un cristiano, insomma, tanto pronto alla convivenza con i musulmani al punto da arrivare a lavorare per loro. Ma, al contempo, irremovibile nel difendere contro le loro accuse di idolatria una tradizione in cui, lungi dal vedere una semplice concessione a una fede popolare forse ancora impregnata di paganesimo, leggeva una connessione diretta con quel punto centrale della teologia cristiana rappresentata dall’Incarnazione. «Un tempo non si faceva mai un’immagine di Dio, perché Egli è senza corpo e senza figura», spiegava. «Invece ora, dopo che si è manifestato nella carne ed è vissuto con gli uomini, faccio l’immagine di ciò che di Dio è visibile». In effetti, non in tutto il mondo della Cristianità il culto delle immagini si è poi sviluppato allo stesso modo. In Oriente, infatti, esse partecipano in qualche modo della potenza e della grazia del soggetto rappresentato, divenendo oggetto di venerazione esse stesse. Alcune icone del Cristo o della Vergine arrivano ad essere considerate “akeiropoieta”, non fatte a mano, tanto sono ritenute esse stesse parte del divino. Nel cattolicesimo invece le immagini non sono venerate al punto da trascendere il soggetto in esso rappresentate, per i luterani si possono usare a scopo puramente ornamentale, mentre i calvinisti le bandiscono espressamente dalle chiese. Occasionalmente, anzi, il mondo protestante è stato toccato anch’esso dalla tradizione iconoclasta: dalle immagini distrutte dai lanzichenecchi luterani durante il sacco di Roma, alle tracce di sciabolate hussite che ancora restano sulla Madonna Nera di Czestochowa, a quelle devastazioni ugonotte che, sostiene un accademico di Francia del valore di Marc Fumaroli, ritardarono di almeno un secolo il percorso dell’arte transalpina. Ma si è trattato di episodi minori. È vero che il più alto contributo all’arte sacra i protestanti lo hanno dato nel campo della musica, in contrapposizione alla tradizione ortodossa delle icone, che proprio in quanto “parte del divino” sono però congelate in uno stile poco sensibile di evoluzione. Mentre la Chiesa Cattolica, proprio per la maggior libertà di approccio che ha sempre offerto agli artisti, ha permesso la formazione non solo di una pittura sacra di altissimo livello, ma anche di una scultura sacra che con Michelangelo ha raggiunto le vette massime nella storia dello spirito umano. Anche in un Paese rigidamente calvinista come le Province Unite del ‘600, però, le immagini religiose, pur bandite dai luoghi di culto, poterono essere mantenute nelle case private, consentendo quella straordinaria fioritura dell’arte olandese dell’epoca. In un certo senso, fu grazie alla svolta anti-iconoclasta che le chiese cattolica e ortodossa poterono essere protagoniste in prima persona della trasmissione ai posteri della grande eredità classica, greca e romana. Viceversa in Egitto la chiesa copta si irrigidì con zelo veramente da Taleban nella lotta contro tutto ciò che riguardava il passato degli “empi faraoni”, estenuando a tal punto la cultura nazionale da non permetterle di resistere a quell’invasione islamica che invece in altre terre cristiane, come la Penisola Iberica o quella Balcanica, sarebbe poi rifluita non lasciando che tracce minime. E mentre i codici romani e greci ce li copiarono i monaci, per capire i geroglifici bisognò aspettare la Stele di Rosetta e Champollion.
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