Melodramma (dell’accidia) a sinistra
Come tutti i poeti, giunti a una certa età, anche i nostri migliori commentatori cominciano a soffrire di “mal di vivere”? Non si sa se sia frutto di amare disillusioni o sintomo di affetti complicati. Fatto sta che quel che sempre più traspare dai fondi dei saggi è una certa disinvolta noncuranza della realtà e un certo accumulo di retorica non richiesta dalle circostanze della cronaca. Si accennerà (nel servizio di copertina) a quegli intellettuali che da graffianti istrioni quali erano al tempo in cui L’Unità la leggevano ancora gli operai (e l’editore non doveva sopperire all’assenza di lettori col mandare all’incasso assegni per decine di miliardi,in sovvenzioni governative), si fan vanto di essere diventanti dei “gran borghesi” il cui massimo della resistenza umana è la richiesta di “regole” e «salire su un autobus col diritto di dire: “Lavatevi le ascelle”». Non spiace assistere al crepuscolo degli dei della sinistra (comunista, cattolica, azionista essa sia, che fin dal primo dopogurerra, fin dai tempi lontani della migliore Dc reggente, hanno dettato leggi culturali, inventato miti, formato storici, scritto sussidiari e romanzetti didascalici per bambini, nascosto sotto i materassi antifascisti le verità sul comunismo e addirittura i più elementari dati storici; si veda in proposito, sul CorSera, la raffinata polemica su Cefalonia tra Ernesto Galli della Loggia e il presidente Carlo Azeglio Ciampi; o quella, un po’ più singolare, sul Foglio, circa “I monologhi della vagina”, piéce teatrale messa in scena a Roma, interpretata tra gli altri, dal ministro Katia Belillo ). Spiace che il crepuscolo sia venato di quell’accidia che ritroviamo così ben tratteggiata tra il 75° e il 77° spleen di Baudelaire, poeta un tempo in voga nel milieu sessantottino e poi, stranamente, messo in mora. L’intellettuale italiano giunto alla soglia della pensione non è più quel ragazzo della Via Paal che sognava di morire sulle barricate. Con un conticino in Banca, le azioni in Borsa e libero di non frequentare più la redazione, né il mondo antistante il suo circolo Pickwick, è diventato «pluvioso, irritato contro l’intera città», «versa dalla sua urna a grandi zaffate un freddo tenebroso» e dice (anche di sé) «Ho più ricordi che se avessi mille anni… Sono un vecchio camerino pieno di rose passe, in cui giacciono in disordine mode sorpassate… Sono un granito circondato da un vago spavento, assopito al fondo d’un Sahara brumoso; una vecchia sfinge ignorata dal mondo noncurante… Sono come il re d’un paese piovoso, ricco ma impotente, giovane e vecchissimo, che disprezzando gli inchini dei maestri s’annoia coi suoi cani come con ogni altro animale. Nulla può allietarlo, né la caccia, né il falcone, né il popolo agonizzante sotto il suo balcone».
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