Più società migliora il sindacato

Di Guiso Nicola
08 Marzo 2001
Per nulla orfano di Sergio D’Antoni (la cui avventura in politica gli suggerisce partecipazione tiepida e un po’ rituale) il nuovo leader nazionale Cisl promette un sindacato più schierato con la dottrina sociale delle chiesa (sussidiarietà e non profit) e più lontano dalla Cgil. Intervento-intervista

Savino Pezzotta – nuovo segretario generale della CISL – non ha il fisico palestrato e tennistico, l’espressione fighetta di Sergio Cofferati, e non spazia su temi come la musica operistica e il fumetto. Da Cofferati lo distingue anche il tipo di frequentazione della fabbrica. Il segretario della CGIL, infatti, ha conosciuto la fabbrica per alcuni anni da tecnico alla Pirelli-Bicocca di Milano. Savino Pezzotta, per 15 anni, da operaio tessile alla “Reggiani” di Bergamo.

Dottrina sociale e sussidiarietà. La Cisl è per la legge sul “non profit”(presentata da Cdo)?
Vi è un elemento essenziale per Pezzotta che “salda” la tradizione della CISL con la sua modernità. Il riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa – dice – è per larga parte dei dirigenti e degli iscritti alla CISL un lato essenziale. Ciò detto, la CISL, per Pezzotta, ha avuto la capacità di superare il vecchio sindacalismo confessionale. Nello stesso tempo non ha però divelto le sue radici dall’humus culturale cattolico, mostrando inoltre la capacità di reinterpretare il pragmatismo anglosassone e il gradualismo riformista. Il cuore della “modernità” della CISL è per Pezzotta l’aver posto a fondamento ideale e programmatico del proprio impegno “la centralità della persona”. La CISL – osserva – non è mai stato un sindacato classista perché è sempre stato un sindacato personalista. Cioè che ha assunto quale elemento di lettura della realtà e della società la condizione dell’uomo che lavora. Allargare nella società postmoderna gli spazi di partecipazione – aggiunge – significa superare la visione ottocentesca dello Stato come soggetto, che deve cedere il posto a quella dello Stato come ordinamento; puntando a una riforma complessiva che porti a forme di federalismo, di partecipazione sussidiaria di tipo orizzontale e di tipo verticale; e significa impegnarsi a fondo per la democrazia economica. Quando parliamo di democrazia economica – s’appassiona anche nei toni Pezzotta – partiamo dalla premessa di vivere in un contesto economico di tipo pluralistico, e rifiutiamo l’idea che esista solo l’economia capitalistica. Naturalmente nessuno mette in dubbio l’utilità dell’impresa privata e delle forme di economia di mercato. È però incontestabile che accanto all’economia di mercato di tipo classico e di tipo capitalista possa esistere un’economia di tipo “sociale”, un’economia del “non profit”, un’economia della solidarietà, una finanza etica. Cioè, quando ragioniamo di “democrazia economica” dobbiamo cominciare a pensare a una visione plurale anche del modello economico, cosa che oggi non è facile che entri nel contesto politico. Temo, per esempio, che si sia passati, con le privatizzazioni, dal monopolio pubblico a quello privato, e per me non è cambiato nulla.

Unità sindacale addio
La democratizzazione dell’economia impone però al sindacato di dare risposte adeguate e tempestive – per la parte che gli compete – ad altre questioni essenziali, quali la spinta crescente alle attività autonome, all’individualizzazione e parcellizzazione dei rapporti di lavoro e all’aumento di peso nelle strutture produttive e nella società degli immigrati. La CISL – dice Pezzotta – sta affrontando le prime due questioni partendo dalla premessa che il lavoro autonomo e la individualizzazione esasperata dei rapporti di lavoro pongono al cittadino-lavoratore nuovi problemi che non sono solo quelli della solitudine psicologica ma anche problemi di debolezza economica. Per aiutarlo ad affrontarli, la CISL ha creato l’“associazione dei lavori atipici” che opera in modo diverso dalla tradizione sindacale con risultati promettenti, se è vero che in un anno è passata da sei a dodicimila iscritti. Sulla questione dell’immigrazione la posizione di Pezzotta e della CISL è particolarmente chiara e coraggiosa. Quando ragioniamo di immigrazione – osserva – occorre considerare con coerenza alcuni aspetti. Il primo è la legalità, perché è l’elemento che garantisce l’accoglienza, la solidarietà e anche la possibilità che tutte le differenze siano tutelate e rispettate. Il secondo, che l’immigrazione deve essere considerata non solo dal punto di vista di chi arriva ma anche dal punto di vista di coloro che nelle strutture produttive e sociali entrano in contatto con lui. Perché il nostro popolo non ha mai avuto esperienza di flussi migratori di natura e di dimensione come quelli attuali e all’impatto di culture che sono “altre”, non solo dal punto di vista religioso e dei costumi ma anche dal punto di vista del lavoro. Le divisioni che da tempo contrappongono CISL e CGIL su come ridurre il “lavoro nero”, combattere la spaventosa disoccupazione nel Mezzogiorno, il decollo della previdenza integrativa e la regolamentazione del lavoro a termine hanno radice per Pezzotta soprattutto nelle basi culturali delle due confederazioni. Credo che una parte dei contrasti che oggi si manifestano tra le confederazioni derivi proprio da questo fatto; e non so se saremo in grado di andare oltre e di trovare modalità nuove di impegno unitario. Un problema vero è che il sindacalismo italiano dovrebbe fare uno sforzo di pensare che le diversità non sono una limitatezza ma una ricchezza. Il giorno in cui ci si convincerà di questo, nel movimento sindacale non vi saranno più tentazioni egemoniche e la pretesa di “tutelare” le altrui diversità. Rispetto a quelli ricordati e ad altri problemi, il possibile mutare del quadro politico-parlamentare non influirà per Pezzotta sugli atteggiamenti della CISL. Ricorda che la storia dimostra che la CISL non ha mai giudicato i governi sulla base degli schieramenti ma sui contenuti delle loro posizioni ideali e dei loro programmi. Noi – aggiunge – continuiamo ad affermare che siamo un sindacato partecipativo; ieri come oggi per noi partecipazione significa concertazione, e credo che continueremo su questa linea. Non diventeremo mai un sindacato antagonistico, perché ciò non appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura. In coerenza con le posizioni che ha espresso, Pezzotta è chiaro e misurato nel giudizio sulla scelta politica di Sergio D’Antoni. È una scelta coerente con la sua storia personale – dice – comunque noi continueremo a fare il sindacato.

Di Savino Pezzotta

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