Dietro le quinte del referendum lombardo
Nell’ufficio della delegazione consiliare della Lega Nord al Pirellone tira una brutta aria. Gira voce che il Senatur abbia “fatto un cazziatone” (dopo il trionfo napoletano di Bossi l’espressione è ammissibile) ai suoi, e che alcune teste rischino di rotolare. Cosa è successo? È successo che Formigoni ha firmato il decreto per l’indizione del referendum consultivo lombardo per la devolution, ma non certo per le pressioni della Lega: gli uomini del Carroccio manco si erano accorti che i tempi per il varo della consultazione stavano per scadere. A rompere gli indugi è stato il Presidente della Lombardia in persona, ovviamente dopo consultazione coi leader della Casa delle Libertà. Perché una cosa è certa: il referendum non gioverà molto alla causa del federalismo, perché Governo e Corte costituzionale non permetteranno mai ai lombardi di svolgerlo. Ma la sua indizione giova tantissimo alla coalizione di centrodestra e al ruolo di Formigoni al suo interno: aumenta il tasso di fiducia fra i tre principali alleati (Forza Italia, An e Lega), con Bossi costretto a riconoscere la buona fede dei polisti, e aumenta la statura politica di Formigoni, sempre più centrale negli equilibri dell’alleanza. Mentre l’approvazione del finto federalismo a Roma è servita soltanto a rialzare un po’ il morale delle truppe del centrosinistra, l’indizione del referendum lombardo costituisce, sul versante del centro-destra, uno sviluppo squisitamente politico. Il corrispettivo è la burrasca in casa leghista.
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