Se l’inflazione si mangia la crescita
Si è fatto un gran chiasso, nelle settimane scorse, sulle previsioni di bilancio dell’Irlanda, accusata dai ministri delle Finanze degli altri paesi della Ue di provocare un surriscaldamento dell’inflazione e conseguenze negative sull’andamento dell’euro. L’aumento dei prezzi è certamente uno degli indicatori economici che vanno sorvegliati più attentamente, ma è normale che quando la crescita di un paese è forte anche l’inflazione rialzi la testa. Ed è assurdo pretendere che il dato relativo ad essa sia omogeneo fra i paesi dell’area dell’euro quando fra loro ce ne sono alcuni che crescono a tassi del 2% e altri, come l’Irlanda, che raggiungono uno stratosferico più 11%. Piuttosto, bisognerebbe notare che in 5 dei 15 paesi della Ue (Austria, Italia, Olanda, Portogallo e Regno Unito) il dato percentuale dell’inflazione è superiore al tasso di crescita dell’economia, e che in due (Spagna e Grecia) i due valori sono identici. Se la tendenza dovesse perdurare nel tempo, ne potrebbe derivare una diminuzione del potere d’acquisto reale dei salari. Ma la Banca centrale europea (Bce) non si pone questo problema e si limita a criticare Irlanda e Olanda perché il loro tasso d’inflazione è troppo superiore a quello che era stato fissato a Francoforte, e cioè il 2,2% per l’intera area dell’euro. Come si vede nella tabella, l’aumento medio è stato leggermente superiore: 2,3%. E di ciò sono incolpate Irlanda e Olanda.
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