Lettere 11

Di Tempi
15 Marzo 2001
Da Gobetti a Borrelli passando per Bobbio&Bokassa

È stato ricordato il 7 marzo presso la Sala della Lupa di Montecitorio il centenario della nascita di Piero Gobetti, intellettuale amato da Rutelli. Tutti conoscono Gobetti per il suo coerente e rigoroso antifascismo e per la sua “Rivoluzione Liberale”. Pochi lo hanno letto ed è passato alla storia come pensatore liberale, quale non voleva essere. Chiunque voglia occuparsi di fascismo ed antifascismo, o della scuola torinese, se lo trova sempre davanti come un “pensatore magico”. Ho provato a leggere La Rivoluzione Liberale, in modo da non basarmi solo sul “sentito dire”, sia pure di alto livello come Del Noce o Noventa. Ora il libro di Gobetti è pieno zeppo di fanatismo ideologico. Esalta Marx su Mazzini. Detesta Mussolini non perché illiberale, ma perché non altamente rivoluzionario. Gobetti era più illiberale di Lenin, perché teorizzava la “rivoluzione operaia” come premessa all’imperialismo civilizzatore dei popoli arretrati e più illiberale di Mussolini, perché più rivoluzionario. Rimprovera a Mussolini, di non essere coerente, «pronto a tutti i trasformismi». Perché si è abbandonato ad un «pacifismo imbelle ed astensionista», da cui sono scaturiti tanti compromessi: con la Chiesa, con i capitalisti… Scrive Gobetti: «Solo le democrazie che avranno saputo alimentare un proletariato agguerrito nel suo ideale di lavoro saranno capaci di una politica imperialista, appunto in quanto non ostenteranno infantili programmi di militarismo. Nella civiltà moderna la guerra per la pace… diventa una legge di sviluppo dei popoli…». In fondo la Rivoluzione Liberale è un inno alla Rivoluzione. E la prima vera grande Rivoluzione è stata quella di Lenin. Così viene preferito Sorel a Turati: «il suo scetticismo… la sua fede nella diplomazia giolittiana riuscirono in un momento storico solenne gravemente diseducatori». Voleva la moralizzazione degli italiani più che la loro libertà. In una pagina si dimostra più fascista di Mussolini, se così si può dire. Commentando il nazionalismo prende le distanze dalla politica imperialista del Duce perché «il realismo politico più elementare suggerisce ben più precise grandezze; il problema della nostra emigrazione, la questione meridionale sono problemi di politica estera più importanti del conseguimento di concessioni africane… D’altra parte l’esempio inglese e americano insegnano che solo con un proletariato agguerrito e cosciente è possibile una seria politica espansionista». Come dire occupiamo l’Etiopia solo dopo aver realizzato “la rivoluzione operaia”. E la “rivoluzione operaia” è il prolungamento dell’esperienza della Voce, «la più bella esperienza spirituale che ci ha preceduti», così come l’interventismo nella I Guerra Mondiale. Gobetti nutriva ammirazione per la filosofia di Gentile, perché come lui era un idealista. Credeva che lo Stato avesse il dovere di educare gli italiani. Nel leggere la Rivoluzione Liberale si coglie l’essenza dell’azionismo oggi trionfante sotto l’Ulivo. Scriveva Gobetti: «Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa vedere chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un De Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada?». Ha fatto bene Ciampi ad “omaggiare” Piero Gobetti, ma dovrebbe incentivare la lettura delle sue opere. Perché come ha scritto Sciascia «Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte». Gobetti è imbalsamato nel monumento della Rivoluzione Liberale. Rutelli farebbe bene a leggerla…..
Massimo Tringali, Aosta

Egregio direttore, Francesco Saverio Borrelli alle giuste reazioni sull’indagine a proposito della cascina di Chiaravalle di Milano ha intimato il silenzio affermando tra l’altro che «chi ricopre cariche pubbliche dovrebbe reagire in maniera più composta». Probabilmente Borrelli non ricopre una carica pubblica se, ogni volta che liberamente si discute l’azione della procura che dirige, si permette di reagire in maniera scomposta. O forse si deve accettare passivamente l’ingiustizia della sua giustizia?
Gianni Mereghetti , Abbiategrasso

Il procuratore generale di Milano si specchiò, scelse le parole giuste e spennellò un nitido ritratto di un suo omonimo, già procuratore capo di Milano: ”eccessivo, ideologico, quasi religioso”.

Nella rubrica Bokassa, firmata da Gianluigi da Rold, del numero 9 di Tempi (7 marzo 2001), si legge: «Milano è la città più europea d’Italia, la sinistra è la forza politica più europea d’Italia, ergo Milano dovrebbe essere di sinistra». E subito dopo: «Ma il sillogismo aristotelico non è contemplato nella cultura diessina». Ahi, ahi, ahi! In questo caso è la logica del “nostro” Gianluigi da Rold a far difetto, e non (solo) la cultura diessina! Non c’è nessun sillogismo aristotelico che, dalle due premesse citate, permetta di concludere alcunché. Per spiegarmi meglio, vi propongo un altro sillogismo, equivalente dal punto di vista formale a quello proposto da Gianluigi: «Tempi è un settimanale, Liberazione è un settimanale, ergo Tempi dovrebbe essere Liberazione». Nel ricordarvi che si può essere faziosi anche senza far torto alla logica (e alla ragione), vi saluto con immutata amicizia, da affezionato abbonato che talvolta rimane perplesso dalla faziosità del suo baldanzoso settimanale preferito
Alberto Calabri, giunta Via Internet

Liberazione è un quotidiano e a Bokassa-Da Rold è concessa la licenza giornalistica di esprimere con sillogismo zoppicante un concetto politico molto chiaro, logico, corrispondente alla realtà della poca attrattiva esercitata dalla sinistra sugli elettori nella città più europea d’Italia e documentato tra l’altro dal noto tormentone (a nessuno fa piacere gareggiare sapendo di perdere) del toto candidato a sindaco di Milano per l’Ulivo che ha preceduto la nomination (imposta dalla logica diessina) del buon Sandro Antoniazzi. Una rubrica di satira politica è, per sua natura, dichiaratamente faziosa. Il lettore lo sa ed è avvertito. È vero che qualche volta alziamo un po’ il gomito. Ma il fatto di essere un libro aperto e di non nascondere mai le nostre simpatie, permette ad ogni lettore di valutare molto bene i nostri pregi e i nostri difetti. Per la faziosità ben paludata e per nulla baldanzosa, subdola ma che si ammanta di cronaca neutrale, velenosa perché non dichiarata, bisogna invece rivolgersi altrove. Se lei cerca da noi, Tempi le risponde: «acqua». Se invece domanda, senza reverenza mitologica, ai grandi media le risponderanno: «fuochino». Grazie della preferenza e dell’immutata amicizia che ricambiamo.

Sul pianeta Italus, scoperto recentemente dagli astronomi terrestri, si è appurato non solo che vi è vita, ma che la vita ha assunto forme animali e vegetali. Tali forme animali e vegetali sono anche intelligenti e relazionano tra loro in modo tale che la convivenza tra esse è regolata da quella che sulla Terra, ed in particolare in Europa, chiameremmo “politica”. È interessante notare che sul pianeta Italus, secondo le risultanze delle più accurate ricerche satellitari, non vi è forma di vita assimilabile a quella umana mentre le altre forme animali e vegetali sono simili a quelle terrestri, sono dotate di raziocinio e si contrappongono politicamente in base alla forma di vita cui appartengono. Si è scoperto che gli esseri viventi del pianeta che lottano per il potere sono divisi in due fazioni: “Polli della Libertà” e “Datteri di Sinistra”. Negli ultimi tempi hanno governato i Datteri di Sinistra e si sono resi molto antipatici sia presso i vegetali sia presso gli animali. A detta di tutti, loro si sono sempre ritenuti la miglior forma di vita vivente mai espressa sul pianeta. Dopo aver preso il potere con gli altri vegetali, hanno iniziato a trattare gli stessi da miseri cespugli e gli animali da batteri, con tutti i tentativi di disinfestazione che ne sono conseguiti. I Datteri sono molto preoccupati e nervosi in questo periodo. Essendoci a breve termine le elezioni per il governo del pianeta, che negli ultimi anni luce si è molto impoverito a vantaggio d’alcuni grossi vegetali, che a volte per mimetizzarsi hanno assunto nomi di animali e sapendo di rischiare di perderle, proprio a causa della loro superbia, stanno cercando di fare il possibile per risultare, se non simpatici, almeno presentabili. L’ultima idea dei capi Datteri è stata quella di far arrestare un Dattero del continente Tuscio che aveva preso dei fertilizzanti da ortaggi e animali poco raccomandabili. Danno l’idea di essere “quasi” come gli altri. “Quasi” perché vogliono far credere, a differenza degli animali e dei vegetali, di essere capaci di disinfestarsi da soli, potremmo dire: «Autopulenti».
Amedeo Zottola, Barzago (Como)

Datteri e Polli dovrebbero capire che, per il bene loro, nostro e di tutti gli esseri di Italus, animati o non animati essi siano, forse dovrebbero unirsi almeno in un’impresa spaziale: quella di riportare sulla terra qualche troppo fervente magistrato in piena crisi cosmica.

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