Generazione pockemon
Filippo: due anni, una media di cinque pannolini al giorno, la necessità di capire tutto del mondo e di individuare in una stanza dieci potenziali fattori di decesso (spiccato interesse per la presa della corrente). Pare progettato per creare a me, sua cugina e baby-sitter ventenne, la senile rievocazione dei “miei tempi”. Nel parchetto lui e i suoi coetanei si fronteggiano senza perdere tempo in presentazioni, solo un urlato codice-password per sancire la possibilità del gioco: «io sono Pikachu». A raffica anche Bulbasaur, Charmender e Mew-Two dichiarano la loro identità. Poi i quattro Pockemon si affrontano protagonisti equilibrati di un cartone che di equilibrato non ha nulla. Soprattutto non ha avventura: non avviene. Infinito duello, poco comico, niente drammatico: cioè non fantastico e perciò irreale perché incompleto. Poveri batuffoli gialli ripetitivi e pelosi: niente da spartire con il mitico Spank.
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