Un futuro cinese per la scuola italiana?
Il 6 marzo nella contea di Wanzai, provincia cinese di Jiangxi, è esplosa una scuola elementare. L’esplosione – che ha ucciso circa 60 persone, tra alunni e personale – è stata provocata da materiale per la fabbricazione di fuochi d’artificio: la scuola funzionava anche da fabbrica e gli alunni costituivano un’utile fonte di manodopera a basso prezzo. Inutile descrivere quali fossero le condizioni di sicurezza. La tragedia che il regime comunista vorrebbe archiviare come un semplice esempio di capitalismo selvaggio e di sfruttamento minorile, nasconde in realtà una situazione assai più complessa. Il preside dell’istituto non aveva infatti preso in appalto il lavoro per un malsano e avido “spirito imprenditoriale”, ma per la completa mancanza di soldi della piccola scuola di campagna: non sapeva più come pagare le bollette con i pochissimi fondi che il governo di Pechino ormai passa per l’educazione. In altre parole l’istruzione in Cina è sempre più cosa da ricchi e intere province stanno ricadendo nell’analfabetismo generale. Considerando che una buona istruzione è l’unica possibilità per i giovani di queste province di uscire dalla miseria, non c’è poi da stupirsi che si arrivi ad accettare condizioni da follia pur di tirare avanti. Con la speranza che un giorno anche l’Italia non si trasformi in un Paese dove solo una ristretta élite sia in grado di premettersi una buona istruzione (pagando rette salate a prestigiosi istituti) con la restante parte della popolazione costretta a frequentare scuole statali riconvertite in officine meccaniche…
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