Cles non assolve “Mani pulite”

Di Lehener Giancarlo
29 Marzo 2001
Giornalista tra i più querelati dalla Procura di Milano, il pool aveva chiesto per lui carcere e risarcimenti miliardari per un saggio non luttazziano sulla caduta del governo Berlusconi. Settimana scorsa, però, un tribunale (trentino) ha assolto Giancarlo Lehner con formula piena. Parola di ex imputato di esercizio del diritto di critica: “il vero Processo deve ancora cominciare”

Nel decennio del paradosso italiano, si sarebbe anche potuto valutare, sul piano politico e culturale, non dico giudiziario, il crollo e le vergogne del comunismo. Il nostro Paese, del resto, era stato per non pochi aspetti una repubblica sovietica e, certo, non soltanto a causa della forte presenza del Pci e del Kgb. Una parte del mondo cattolico – ed uno per uno, i signori (e monsignori) responsabili dovrebbero aver timore di ben altro Giudice – era stata complice e coautrice dell’anomalia italiana.

La Giustizia fa (anni) Novanta
Dopo crolli di muri, imperi e Pcus, negli anni Novanta si sarebbero potute esaminare tante fulgide carriere, nei settori più svariati, costruite non proprio su qualità professionali e titoli, quanto sulla militanza comunista, socialcomunista, cattocomunista. E non solo: c’era e c’è un capitolo, tutto da scrivere, sugli intrecci affaristici, e non solo, tra aziende italiane e governi comunisti. Qualche traditore e qualche tradimento, spioni e spiate, suvvia, ci furono. Nessuna vendetta, per carità, anzi compatimento, pietà, magari con un po’ di scandalo di verità, dopo decenni di menzogne. Accadde, invece, qualcosa di abnorme: coloro, che erano stati condannati, e con vergogna, dalla Storia, furono per così dire riciclati come buoni, anzi ottimi. Senza prendere alla lettera Vladimir Bukovskij, lo storico dissidente russo rinchiuso da Breznev in manicomio, il quale vide un nesso preciso tra il terrore di una “Norimberga” al comunismo italiano ed ai suoi complici e la “scoperta” di Tangentopoli, certo che scaturirono numerosi ed inquietanti gli interrogativi sul perché e sul come.Quando vidi che l’”Etica” tardogiansenista e tardoazionista in forma di sindrome manipulitista stava determinando la morte dei partiti liberaldemocratici e l’avvento dei comunisti al governo, più che indignarmi, mi addolorai e la sofferenza si fece subito brama di diagnosticare la malattia. Intanto, i peggiori scalmanati delle bande laicistiche aizzavano a colpire più in alto contro Santa Romana Chiesa, un obbiettivo a lungo inseguito dai brutali e incolti epigoni di Voltaire. Si trattava, invero, di una stagione patologica: molti vecchi malvissuti invocavano la legge di Lynch; accanto a costoro gongolavano bugiardi, marziani, ipocriti e finanche ex venditori all’ingrosso di anacronistiche telescriventi alle poste, mentre la deontologia giornalistica veniva dettata dall’Espresso, che diede così, con uno strillo di copertina, la notizia dell’arresto del proprio editore: “De Benedetti a Roma”. Punto e basta. Questi erano i moralizzatori. Fu un imperativo di conoscenza, insomma, a farmi lasciar da parte altre ricerche, consegnandomi allo studio dell’esantema e delle piaghe frutto del combinato disposto “poteri forti-mass media-procure”. La discesa in campo di Berlusconi, che, nel 1994, ci risparmiò, in extremis, la “gioiosa macchina da guerra”, funzionò da volano per il tardogiansenismo, divenuto contro Berlusconi più frenetico che mai.

I manoscritti non bruciano
Così, anche per legittima difesa, per rispetto del ragionamento critico, nacque il mio quarto libro, cioè “Attentato al governo Berlusconi” (Milano 1997), forse, l’opera più querelata del XX secolo. In effetti, parve scandaloso che qualcuno potesse cercare di ricostruire un terribile lustro di Mani pulite, fornendo chiavi di lettura, analisi,chiose, piuttosto che inchini e cattivo gusto laudatorio. Allora, erano ben accette e consentite solo le genuflessioni alle statue equestri, Borrelli a cavallo, o le similitudini del tipo Di Pietro come Marco Polo, come Cincinnato, come Ulisse, come Sterne, addirittura come e meglio del Santo Padre, Giovanni Paolo II. “Attentato al governo Berlusconi”, tutto l’opposto del conformismo e del Kitsch a mezzo stampa, cercò, invece, di ricostruire storicamente, ergo criticamente, l’altra faccia di un sommovimento, che Bettino Craxi chiamò, non a torto, ”falsa rivoluzione”. Non che fossi io, povero me, il solo a controinformare – val la pena di ricordare soprattutto il contributo esemplare dell’”Osservatore Romano” e di fax dell’esule di Hammamet – tuttavia sentivo il dovere morale di continuare a dare un senso alle tessere del mosaico, prendendone tutti i rischi. Sui magistrati di prima pagina, fra l’altro, il diritto di critica era stato cassato: criticare uguale delegittimare. Una stagione arida, rozza, stolida, più brutta del peccato. Ebbene, il 19 marzo 2001, in quel di Cles, la sentenza di un giudice terzo ha ripristinato anche sul piano giudiziario la semantica della libertà: criticare non è la stessa cosa che diffamare-delegittimare. E l’autore di “Attentato al governo Berlusconi” non è un criminale efferato, è soltanto un umile scrittore civile, cimentatosi con un difficile saggio storico-annalistico. E il libro stesso si può contestare, maledire, emendare, multare, ma non si può e non si deve bruciare. C’è un giudice a Cles.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.