Dialoghi della vagina: successo o pretesto?
Una delle tecniche più usate per sfondare oggi sul mercato della cultura è quello di rimandare agli standard altrui. Con l’invito a mettersi al passo con “l’Europa”, ad esempio, si va sempre sul sicuro: chi volete che la conosca l’oscura e sterminata normativa dell’Ue, e tantomeno gli usi e i costumi delle nazioni che la compongono? Con l’America si va ancora più sul sicuro, perché nonostante gli italiani siano diventati una nazione di globetrotter, la conoscenza degli Usa si basa ancora sul cinema e sui clichés ammanniti dai giornali. Così dunque avranno ragionato anche per I monologhi della vagina, commedia allestita al Teatro Argentina con la partecipazione di note attrici italiane: chi volete che metta in dubbio che si tratti di «un successo Usa», addirittura «pluripremiato»? In realtà I monologhi, che a Roma hanno richiamato insieme ad attrici famose anche il Ministro per le Pari Opportunità Katia Belillo, a New York era un fallimento già destinato all’oblio quando all’autrice Eve Ensler è venuta l’idea brillante di abbinarlo a una nobile causa: “V” come vagina, si è detto, ma anche come violenza. Perché allora non trasformare il monologo solitario in una serie di monologhi recitati da attrici disposte a spendersi in una crociata contro la violenza? Ma “V” sta anche per Valentino. Ed ecco trasformare anche la giornata dedicata all’amore in un giorno dedicato al risentimento contro gli uomini e all’esaltazione del lesbismo. Così, dice la reclame dei “V”, una “porzione” dei ricavi sarà destinata alla lotta contro la violenza alle donne. E non importa se le statistiche delle violenze citate dall’organizzazione sono un tantino gonfiate. Se cioè invece delle 22-35% di donne che in America «finiscono al pronto soccorso per infortuni legati alla violenza» la cifra vera si aggira appena sullo 0,5% (fonte: USA Today dell’8/2/01). L’importante, si sono dette le organizzatrici, è l’impegno per la causa. Disinteressato, naturalmente.
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