La versione di Jamie
Stress “post traumatico”. Credo di soffrire ancora di qualcosa del genere. Non sono stato in guerra; ho solo trascorso undici anni nell’ambiente universitario. Prova a immaginarti di essere un immigrato dall’Unione Sovietica “come me” e di trovarti in compagnia di “intellettuali” di sinistra che credono di essere oppressi. Immaginati di venire da una società in cui una miriade di vostri parenti sono semplicemente spariti; dove questo parente o quell’amico di famiglia è morto durante un interrogatorio e sotto tortura per le sue idee – o magari anche per niente. Pensate al resoconto di Alexander Solzhenitsyn sulle torture che il macchinario stalinista infliggeva al fine di estrarre delle “confessioni”. Queste torture comprendevano il far sdraiare per terra un uomo nudo, aprirgli le gambe, e poi fargli pestare i testicoli dall’interrogatore, che aumentava la pressione finché non affiorava la confessione. Tenete presente che molta gente si è rifiutata di “confessare”. Poi pensate ai servizi segreti sovietici che violentavano le figlie e i figli davanti ai loro padri e alle loro madri – per estrarre delle “confessioni”. Poi visualizzate me a sedere in una sala studi a Toronto, che ascolto i miei colleghi che mi spiegano che il comunismo «non è poi tanto male», che l’Unione Sovietica ha registrato dei «straordinari successi», e che il capitalismo-democratico dell’Occidente è il sistema più oppressivo di tutti. Allo stesso tempo, visualizzatevi questi miei insegnanti che non hanno assolutamente nessun rispetto per la possibilità di avere un libero scambio di idee al riguardo.
Mio padre e le lacrime di mia madre
Entrambi i miei genitori furono sterminati dal terrore sovietico. Mio padre e mia madre sfuggirono per un pelo al Gulag. Ma eccomi qua, con gli studenti aspiranti al Dottorato di ricerca, che mi devo sorbire una discussione di un’ora sulla questione dell’“omofobia” sul campus. I miei colleghi si struggono di appiccicare etichette rosa recanti la dicitura “Zona de-omofobizzata” su ogni porta dell’università. «E se – chiede uno, indignato – un professore o un assistente si dovesse rifiutare di farselo appiccicare?» Dopo qualche minuto di silenzio, un altro risponde, «Beh, allora bisognerà far allestire una commissione che gliene chieda conto». Si annuisce tutto intorno con fare grave. Incantevole. Semplicemente incantevole. I grandi temi della nostra epoca. Ricordo che quando arrivammo dalla Russia, mia madre piangeva sempre. Era stata separata da sua madre e suo fratello – che avevano anche paura di scriverle perché per loro era pericoloso. A volte mia madre piangeva per quello che a me sembrava un’eternità. Non dimenticherò mai quello che provavo nel mio cuore di bambino di nove anni quando mia madre piangeva in quel modo. I miei tentativi di consolarla sembravano rasserenarla un pochino, ma capivo bene che non erano una panacea per il suo dolore. Questo ha fatto il sistema sovietico a mia madre.
Pepsi e sputi
Forse qualcuno di voi potrà capire perché non mi diverte la politica sul campus. Non mi divertono le infinite discussioni su come siamo oppressi tutti quanti perché siamo “aggrediti” dalla pubblicità della Pepsi Cola. «Quando si cerca di convincerci che non siamo al passo con i tempi se non beviamo la Pepsi – mi ha detto uno studente del master – l’apparato capitalista pratica la politica dell’esclusione. Cercando di far finta che ci da una scelta, in realtà ci nega la scelta». E non c’è verso di discuterne. Il tema anti-capitalista ti viene martellato nella mente e basta. Il padre di mia madre fu giustiziato dalla polizia segreta sovietica. Non ebbe il lusso di farsi opprimere dalla pubblicità della Pepsi. Un giorno, quando avevo nove anni e vivevo a Halifax, in Nova Scotia, mio padre ed io andammo in Chiesa. Vicino all’entrata sputai per terra. In un modo molto serio ma paziente, mio padre mi disse: «Puoi sputare davanti alla sede del Kgb, ma davanti a un posto così, mai». Non l’ho fatto mai più. Sbagliai quel giorno perché da ignorante avevo sputato su una terra santa e sacra. C’è un ambiente che è ben lontano dall’essere sacro e santo – l’ateneo politicamente corretto di oggi. E ci sono certi individui – la gente più viziata ed egocentrica che abbia mai conosciuto – che mi ricordano la feccia che promosse l’esperimento sovietico. Questa gente promuove le stesse idee che ci hanno dato il Gulag, la rivoluzione culturale di Mao, e i campi che uccidono di Pol Pot. Lavorano alacremente per distruggere la propria società, mentre elogiano le società degli altri – come quella che causò le eterne lacrime di mia madre. Sono i nostri intellettuali di sinistra. Io gli sputo in faccia.
CHI E’ JAMIE GLAZOV
Jamie Glazov ha un Ph.D. in Storia con specializzazione in Studi sovietici. È l’autore di 15 suggerimenti su come stare bene a sinistra. Suo padre, Yuri Glazov, era un dissidente sovietico durante l’era Brezhnev, e firmò la “Lettera dei Dodici”, che denunciava le violazioni dei diritti umani in Urss. Anche sua madre, Marina Glazov, partecipò al movimento dei dissidenti nell’Unione Sovietica, battendo a macchina e facendo circolare i Samizdat, la letteratura politica clandestina. Per evitare la prigione, Yuri Glazov portò via la sua famiglia dall’Urss nel 1972 e si stabilì in Canada nel 1975, quando Jamie aveva 9 anni. Oggi Jamie combatte il socialismo dalla sua stanza da guerra high-tech a Toronto. Tiene la rubrica di consigli ‘il Dr. Progressista’ per gente di sinistra pervasa dall’angst.
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