Io, ebreo-cattolico, ora mi auguro che…

Di Jaeger David
12 Aprile 2001
L’opinione di un esperto israelo-vaticano, membro della Commissione bilaterale permanente Santa Sede–Israele, unico esempio al mondo di ebreo di nazionalità israeliana e sacerdote cattolico

L’importanza di questo documento la si comprende subito se si considera che da parte della collettività ebraica non c’è stata un’espressione autorevole di una percezione dottrinale del cristianesimo. Ciò è dovuto in parte alla diversa organizzazione della vita religiosa ebraica, dove non esiste un’autorità rabbinica centrale che possa corrispondere al Magistero pontificio. Nulla vieta però che un parere rabbinico possa essere diffuso e possa guadagnarsi sempre più larghi consensi. Credo che se questo testo trovasse l’assenso dei rabbini ortodossi, il documento assumerebbe il valore di una bella risposta dell’ebraismo al Concilio Vaticano II. Lungo i secoli ci sono state diverse maniere di percepire il cristianesimo da parte dell’ortodossia ebraica. Le correnti influenzate dall’islam e da una sensibilità iconoclasta consideravano i cristiani come politeisti e idolatri. Mentre altri filoni vedevano i cristiani in un modo molto simile a quello presentato nel documento qui pubblicato. Dunque, mi pare sarebbe un passo decisivo nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo se questa seconda scuola di pensiero si dimostrasse la più attuale nell’ebraismo ortodosso. Bisogna però aggiungere tre osservazioni: la prima è che, per l’ebreo, il problema dottrinale nelle relazioni con il cristianesimo è un argomento marginale. Mentre per il cristiano l’esigenza di capire l’ebreo e di rapportarsi all’ebreo è parte integrante della sua esperienza religiosa. Seconda osservazione: storicamente, i pareri negativi da parte del mondo ebraico e la conseguente considerazione del cristianesimo come idolatrico sono stati fortemente influenzati dall’osservazione empirica di cosa è stato il cristianesimo in certe nazioni europee che si dicevano cristiane. La testimonianza dei cristiani (e non soltanto considerazioni teologiche astratte) esercita un influsso molto importante su come il cristianesimo è percepito nel mondo ebraico. Ultima osservazione, rileggiamo il titolo del primo paragrafo del documento: “Il rifiuto del cristianesimo avrebbe potuto essere evitato”. Cosa vuol dire? Così come recita il testo non può che significare: «Sarebbe stato meglio che avessimo accettato Cristo”, no? E invece, come si legge nel proseguio, non è questo il senso (quel titolo è dunque una forzatura, voluta? Me lo chiedo perché accentuerebbe il segno dell’apertura ecumenica). Il senso autentico è: si sarebbe potuto evitare il rifiuto della chiusura del dialogo con il cristianesimo. Ma anche questo è importantissimo. Dunque direi che per la collettività dei rabbini ortodossi sottoscrivere la conclusione centrale di questo documento sarebbe quasi un atto dovuto all’integrità della propria religione.

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