Possibilità e storia
Dal 1973 è chiuso in un cassetto. Ora il gran rabbino di Strasburgo René Gutman ha deciso di rispolverarlo. Lo pubblicherà integralmente nel fascicolo del secondo semestre 2001 del periodico Revue des études juives. Si tratta del documento che conclude il lavoro di studio e di analisi condotto dalla Commissione di Esperti istituita nel 1968 per volontà del gran rabbino di Francia Jacob Kaplan e affidata alla guida del gran rabbino Charles Touati, il quale si avvalse anche dell’expertise del filosofo Emmanuel Levinas — all’epoca professore all’Università di Nanterre — e dell’orientalista Georges Vajda, docente all’École des pratiques des hautes études. Il titolo è Le christianisme dans la theologie juive — “Il cristianesimo nella teologia ebraica” — e il contenuto di grande momento: una parte rilevante dei rabbini francesi riconosce che «il rifiuto del cristianesimo avrebbe potuto essere evitato» da parte ebraica e afferma che, anche per gli ebrei, i cristiani possono ottenere la salvezza eterna.
Un’apertura di portata storica
A darne notizia è stato Xavier Ternisien su Le Monde del 12 febbraio, definendolo il corrispettivo ebraico della dichiarazione sulle religioni non cristiane del Concilio Ecumenico Vaticano II Nostra Aetate — pubblicata nell’autunno del 1965 — e delle Orientations pastorales sull’atteggiamento dei cristiani nei confronti dell’ebraismo, pubblicate dall’episcopato francese nel 1973: «René Gutman ha raccontato la genesi di questo testo nel corso di un convegno organizzato dal Collegio degli studi ebraici dell’Alleanza israelitica universale il 4 febbraio a Parigi. Tutto comincia nel 1968, tre anni dopo la pubblicazione della Nostra Aetate. L’episcopato francese chiede al gran rabbino Jacob Kaplan un documento sulle modalità con cui l’ebraismo percepisce il cristianesimo. Il gran rabbino di Francia incarica allora Charles Touati, presidente della Commissione dottrinale del rabbinato francese, di riunire attorno a sé una squadra che prepari un dossier da utilizzare come base per una presa di posizione ufficiale». Nell’anno “caldo” che metterà a soqquadro l’Occidente intero, una parte rilevante dell’ebraismo francese si appresta a una dichiarazione storica; nascostamente, conservando — come la Vergine Maria del Sabato Santo — tutte queste cose nel proprio cuore. I termini del documento sono chiari: pur citando opere e maestri autorevoli per tutti, impegna solo il rabbinato francese, precisando che «nell’ebraismo si possono trovare testi che contraddicono quelli scelti, così come nel cristianesimo se ne possono trovare di ostili agli ebrei». Eppure, quelli scelti «sono le migliori esemplificazioni dello spirito sia dell’ebraismo, sia dei fedeli delle sue sinagoghe». Dello stesso parere è oggi il rabbino capo di Roma Elio Toaff, che — rispondendo a Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera del 14 febbraio — afferma: «È un peccato che questo documento non sia stato reso pubblico sino ad oggi. Noi ebrei italiani non ne sapevamo nulla. Ma certo avrebbe contribuito al confronto con la Chiesa».
La discussione interna all’ebraismo francese
«Ma il progetto — scrive Ternisien — s’insabbiò per una serie di circostanze rese note oggi dal gran rabbino Gutman. Il documento venne distribuito a tutti i rabbini affinché l’assemblea generale del rabbinato francese potesse pronunciarsi. È quindi solo dieci anni più tardi, nel 1978, che la questione viene posta all’ordine del giorno del congresso rabbinico. La discussione è animata. Una minoranza non trascurabile, guidata dal rabbino Ermer Jaïs, dubita della possibilità di un dialogo franco con i cristiani e si fa espressione di forti recalcitranze. Di fronte all’impossibilità di pervenire a un giudizio unanime, il gran rabbino Kaplan decide di ritirare il dossier e di sospendere la redazione di una dichiarazione». Anche oggi, René-Samuel Sirat, ex gran rabbino di Francia, precisa che, rispetto a quel documento, «altre priorità e altre scelte ideologiche» potrebbero venire alla luce e il gran rabbino di Parigi David Messas — assai vicino al gran rabbino di Francia Joseph Sitruk — sostiene che il documento non può essere considerato come il riflesso fedele della «posizione attuale dell’ebraismo francese». Eppure non esclude che si possa «riprender in mano quel testo per discuterlo». Touati ritiene oggi opportuno pubblicare il testo e di questo ha incaricato Gutman: documenta, infatti, un percorso interno all’ortodossia ebraica potenzialmente gravido di serie implicazioni, giacché costituisce — pure con tutte le prudenze del caso qui suggerite dall’ebreo-cattolico David Jeager — un avvenimento di fronte al quale non è possibile sfuggire. Soprattutto perché fatto e avvenimento di uomini, cioè coinvolgente tutta la loro piena libertà. Per Gutman contiene davvero la «sintesi del pensiero del rabbinato francese» che sin dal Medioevo si caratterizza come l’«insorgere di un riconoscimento in termini positivi del cristianesimo, nel contesto di una società cristiana che si è mostrata talvolta amica e talvolta ostile». Aggiungendo: «Per i rabbini francesi, anche il cristianesimo è necessario alla redenzione del mondo abbandonato alla violenza. Senza dubbio, il cristianesimo non è necessario all’ebraismo, ma l’ebraismo sa che il cristianesimo è necessario al mondo».
Nel solco di una tradizione tutta da riscoprire
Significativi i due precedenti citati da Gutman. Il primo — le decisioni dottrinali prese il 9 febbraio 1807 dal Gran Sinedrio riunito a Parigi dal 4 agosto 1806 al 9 marzo 1807, sotto la presidenza del gran rabbino Joseph David Sintzheim (1738-1793) di Strasburgo, già esule in Svizzera poiché perseguitato dal giacobinismo — s’inserisce nel quadro della riconciliazione nazionale intrapresa da Napoleone Bonaparte all’epoca dell’impero, dopo che questi si fu reso conto del fallimento della déchristianisation e di ogni altra persecuzione. Il secondo evoca una linea di continuità con un modus vivendi che la Cristianità già aveva di fatto sviluppato. La illustra brillantemente un capitolo — La questione ebraica nel Medioevo — del classico Medioevo cristiano (Laterza, Roma-Bari 1994), pubblicato in prima edizione nel 1951 e in seconda nel 1957 da Raffaello Morghen (1896-1983), storico romano allievo di Ernesto Buonaiuti (il “padre” del modernismo teologico italiano), docente di Storia medioevale all’Università di Roma, membro dell’Accademia dei Lincei e presidente dell’Istituto storico italiano per il Medioevo. Il quale afferma «che, specie nel primo Medievo, se pur erano sentiti potentemente i contrasti ideologici per motivi religiosi, si era molto meno sensibili a tutte le forme di discriminazione razziale e a tutte le aberrazioni dello spirito nazionalistico, che costituiscono invece la lebbra della civiltà europea, ancora dopo circa due millenni di cristianesimo».
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