Lettere 15
L’aforisma dell’anti-Biagi
Caro Direttore,
hai mai sentito Enzo Biagi esercitare il suo sarcasmo e il suo moralismo, da supermercato, per fustigare – oltre agli abominevoli (per lui) comportamenti di Bossi, Berlusconi e Fini – i traffici dei Ds attorno al “Bingo”, quelli, sud-americani e non, di cui sarebbe protagonista la moglie di un ministro, e il ruolo che avrebbe giocato il vice di Rutelli nell’affare Telekom-Serbia? Io no, e la ragione della selezione che viene fatta dal numero due del giornalismo italiano l’ho trovata nella prefazione di Lucio Lami nel saggio Giornalismo all’Italiana pubblicato dalle Edizioni Ares che inizia così: «Il disagio cominciò con l’autunno caldo del ‘68. Allora dirigevo un settimanale alla Rizzoli. Un giorno scrissi un corsivo per commemorare la morte di Guareschi, che era stato amico dei miei familiari: un corsivo innocuo che parlava del carattere dello scrittore. Il giorno stesso dell’uscita del giornale Enzo Biagi, direttore editoriale della casa editrice, piombò nel mio ufficio rimproverandomi di aver commemorato un uomo di destra. Era la prima avvisaglia del conformismo in arrivo». Biagi farcisce scritti e telenovelle di aforismi (non cita gli autori, forse nella speranza che gli vengano attribuiti) per rendere più efficace il suo insegnamento. Voglio dedicargliene uno che mi è venuto spontaneo alla lettura del brano di Lami, e che mi è piaciuto: «Conformisti si nasce ma ci si affina col tempo e con l’esercizio».
Nicola Guisio, Roma
La società e i malati psichici
Egregio direttore,
a più di 20 anni dall’introduzione della “migliore delle Leggi possibili” (e lo diciamo non ironicamente) in campo psichiatrico, ci troviamo in Italia a lavorare in Servizi di Psichiatria ove i reparti ospedalieri (Spdc) ripropongono stili manicomiali di custodia e di violenza (quasi tutti i Reparti ospedalieri sono chiusi e si effettuano contenzioni fisiche), gli ambulatori (CPS) sedi in cui si registrano i minimi interventi con una rigida burocratizzazione che ha tolto l’elasticità che dovrebbe essere tipica del contatto con il paziente, soprattutto psicotico, che prima di essere accolto deve passare la trafila di interrogatori, di valutazione sulla sua presa in carico, per poi trovarsi affidato d’ufficio ad uno anziché all’altro operatore più o meno libero. La caduta del numero delle visite domiciliari, dei programmi personalizzati di psicoterapia, di riabilitazione e soprattutto di reinserimento lavorativo segnano la sempre più grande distanza che si sé aperta tra paziente e servizi pubblici. Per non parlare degli operatori che non trovano spazi e momenti per riflettere, per chiedersi il perché, il senso di una ricaduta o di una riacutizzazione psicotica. Un altro aspetto critico di questi 20 anni è la modalità con cui è avvenuto il superamento dell’ospedale psichiatrico. Intanto è necessario precisare che la chiusura è stata in troppi casi un’operazione di facciata in cui ci si è limitati a cambiare l’etichetta da “Ospedale Psichiatrico” a “Struttura Riabilitativa”, mentre il progetto di vita del paziente è rimasto il medesimo, come medesimi sono rimasti i trattamenti e la mentalità che li sosteneva. Le dimissioni sono state per la maggior parte la risultante di trasferimenti transistituzionali, ed in alcuni non rari casi – in aperto contrasto con gli indirizzi normativi- il complesso dell’ex OP è stato semplicemente disaggregato in più o meno piccole strutture sanitarie o socio-assistenziali insistenti all’interno della stessa area manicomiale. Forse più che di psichiatria sociale si potrebbe cominciare a parlare di psichiatria di comunità intendendo con essa tutta la realtà sociale, i soggetti sociali che vivono nella comunità di appartenenza; soggetti spesso creativi e capaci di venire incontro al deficit motivazionale di tanti operatori pubblici e di suggerire forme di sussidiarietà come risposta al vuoto della struttura pubblica: penso ad esempio alle cooperative del privato sociale in cui possono essere inseriti pazienti che altrimenti trascorrerebbero la maggior parte della loro esistenza nel vuoto, nell’inutilità vissuta, e nella noia delle Comunità protette psichiatriche o dei Centri residenziali o semiresidenziali che dir si voglia, se non addirittura abbandonati nelle loro famiglie sempre più incapaci di portarli e di accompagnarli. Molto stimolante mi pare l’intervento del presidente Roberto Formigoni in occasione della “Giornata Mondiale della salute mentale” del 7 aprile. Speranze quindi ci sono ma in un’ottica di apertura che il servizio psichiatrico pubblico deve avere a ciò che la società propone in un campo così complesso come quello della sofferenza psichica a cui è necessario concorrere in molti perché anche per questi malati la vita sia veramente tale.
Maria Teresa Ferla, Primario di Psichiatria
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