Il destino dei “senza sussidiarietà”

Di Tempi
19 Aprile 2001
L’Italia non ha una legge sul non profit, non conosce la Welfare Society e punisce chi lavora . È lo statalismo al livello terminale. Cioè impazzito. Ecco perché ha un fisco svedese e servizi africani. di Luca Antonini docente di diritto pubblico all'Università di Torino

Ogni anno un italiano, in media, riceve in servizi pubblici circa 3milioni in meno delle imposte che versa e una famiglia italiana paga 13 volte le imposte di una famiglia tedesca. Se da tempo si parla di crisi fiscale dello Stato, ancora si fatica ad identificare il nesso tra questa crisi e la mancanza di sussidiarietà.

L’inesorabile tramonto dello “Stato energumeno”
Il principio di sussidiarietà, infatti, rivoluziona il Dna del progetto della prima modernità: quello dello Stato-Nazione, fondato sul centralismo e sul monopolio statale dei servizi pubblici. La formula dello Stato-Nazione, tuttavia, è così invecchiata che difenderla implica ormai accanimento terapeutico e conservatorismo ideologico: significa essere ancora hegeliani, quando non ne esistono più neanche le condizioni storiche. Sotto le spinte della globalizzazione, infatti, lo Stato-Nazione ha perso la capacità di proteggere la sua base di legittimità, rastrellando risorse, stimolando la crescita economica ed erogando servizi “dalla culla alla tomba”. La globalizzazione, come ha scritto Tremonti, rompe quella catena che legava l’individuo (con la i minuscola), allo Stato energumeno (con la S maiuscola). Tutte le politiche sociali del ‘900 si basavano sull’idea di uno Stato sempre più forte, che avesse se non il monopolio, almeno il dominio e il controllo dell’economia. Oggi questo non esiste più e le leggi che autorizzano la spesa sociale in deficit sono “abrogate”, prima ancora che dai vincoli di Maastricht, dai mercati internazionali. La ricchezza si sottrae al vincolo territoriale: non è più lo Stato che sceglie come tassare la ricchezza, è la ricchezza che sceglie dove essere tassata (emblematico è stato il caso dell’Irlanda che defiscalizzando ha avuto una crescita economica pari al triplo della media europea).

Non la globalizzazione, ma questo Stato (sociale?) uccide i deboli
In questo contesto “l’accanimento terapeutico” per sostenere la tradizionale formula di Welfare State, nata sotto l’ombrello ideologico dello Stato-Nazione, determina la crisi fiscale. Lo Stato sociale diventa paradossalmente a carico delle classi deboli che dovrebbe tutelare, perché quelle più agiate portano la loro ricchezza nei Paesi fiscalmente più leggeri. La pressione fiscale nazionale quindi finisce per tartassare i redditi che non possono avere gambe (quelli medio bassi) e i beni al sole (la casa, ecc.): nasce quel corto circuito per cui un italiano paga imposte scandinave per avere in cambio servizi pubblici da Terzo mondo. L’altra coordinata dello Stato-Nazione, quella del centralismo, è allo stesso modo in crisi. Il numero dei paesi del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine degli anni ‘80 è raddoppiato; dalla fine degli anni ‘80 a oggi è triplicato: è in atto la cosiddetta tendenza Global-local, che risulta confermata anche da un altro fenomeno. Negli ultimi anni, infatti, Paesi già federali hanno incrementato il loro federalismo (si pensi al New Federalism degli USA) e Paesi unitari o tradizionalmente accentrati hanno introdotto forti decentramenti (ad esempio, la devolution in Gran Bretagna o la riforma francese).

Sussidiarietà, forma più avanzata di un reale pubblico servizio
In questo quadro è avvilente parlare del principio di sussidiarietà come di un semplice espediente burocratico o di una mera formula istituzionale. La posta in gioco è più alta: dalla crisi dello Stato-Nazione nasce l’occasione per riaprire la discussione sul ruolo del potere. Non si discute se certi servizi sociali debbano o meno esserci: non si può abbandonare la metafisica di Hegel per tornare a quella della “mano invisibile” di A. Smith; si discute piuttosto se il potere pubblico debba insistere sul sostanziale monopolio dei servizi sociali. E’ opportuno, quindi, fare riferimento alla radice teoretica e storica della sussidiarietà, che affonda in Aristotele, in Tommaso D’Aquino, in Althusius, in Tocqueville. E che nella dottrina sociale della Chiesa cattolica conosce la sua fortuna fino a diventare l’anima di un vivacissimo impegno sociale: dai santi sociali dell’Ottocento, con le loro opere che sfidano ancora il tempo, a tutto un movimento di Welfare Society che, dalle banche alle università, ha fatto la storia, culturale, sociale e anche economica del nostro paese. Di fonte a questo dato, il rispetto del principio di sussidiarietà misura la democraticità di un potere, che altrimenti può diventare aguzzino o despota, anche senza creare le camere a gas di Auschwitz o i lager sovietici. La sussidiarietà, infatti, è ciò che permette al potere di rispettare la propria natura, che è quella di essere servizio e favorire la creatività della base.

Sussidiarietà, cioè Welfare Society
La legislazione italiana, tuttavia, è stata l’antitesi della sussidiarietà. Il regime fiscale sulle Onlus è ridicolo: cosa accadrebbe alla Fondazione Rockefeller se fosse una Onlus italiana? Nella gestione dei servizi, inoltre, prevale ancora un pregiudizio nei confronti degli enti non profit, mentre in Gran Bretagna una Charity è tranquillamente equiparata ad un soggetto pubblico e in Germania la Caritas è il più grande datore di lavoro tedesco. In Italia, le aperture più significative verso una sincera e moderna formula di Welfare Society sono arrivate solo grazie alle politiche di alcune Regioni che hanno introdotto i “buoni servizio”, dal buono anziano al buono scuola, mentre ancora a livello nazionale venivano varate riforme giacobine e antitetiche alla sussidiarietà, come quelle sulla scuola, sulla sanità, sull’università. E mentre il “federalismo amministrativo” di Bassanini, nonostante le auliche espressioni, si concludeva in realtà con trasferimenti statali di risorse spesso ridicoli. Leggendo i D.p.c.m. sulle risorse trasferite si scopre, ad esempio, che per materie delicate come la protezione civile, l’istruzione e la polizia amministrativa, da tutto il processo di “federalismo amministrativo” la Provincia di Biella ha guadagnato un autofurgoncino Panda e che molti Comuni piemontesi hanno ricevuto, per queste funzioni, cifre come settantamila lire! Un canto del cigno che ricorda i famosi “carri armati di Mussolini”.

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