Italia un Bel Paese decrepito
Dopo aver recitato versi di vari animali, la disperazione: «Sara, ti prego, passami Papà… hi ho, l’asinello fa hi ho». «La giraffa non la so, la rondine… non lo so!». Adulti disperati ai telefoni pubblici; bambini stressati dall’ansia dei genitori: alle tre di notte sveglia generale, è l’ora del lupo, tutti nel lettone! Il prototipo di famiglia dell’isola dei figli unici – rappresentato magistralmente da Nanni Moretti in Caro Diario – rischia di oltrepassare il mare e invadere tutta la penisola, se non l’ha già fatto. Qualche classifica l’abbiamo vinta anche noi: il primato mondiale di denatalità con la media di 1,18 bambini a donna (dato di Repubblica, mentre l’Istat dà il 1,21 del’98). Un bel record per i tempi in cui l’allarme di stampo malthusiano – «siamo in troppi» – invadeva le nostre vite. Oggi quasi tutti hanno cambiato idea anche perché c’è il problema delle pensioni, che incombe sulla generazione che osannava il «non fare figli» e che ora però invita i giovani alla flessibilità. Sarà. C’è chi ritiene che la causa di questo stile del mondo occidentale sia l’aspirazione delle donne a realizzarsi nel lavoro e la necessità economica di sostenere la famiglia perché un solo stipendio non basta. Bisogna soffermarsi su questi due ordini di considerazioni. Prima però, le conclusioni di questo stile di vita, che oggi tutti conoscono: una civiltà che non fa figli è destinata a morire e non sarebbe neanche la prima volta nella storia. Già lo scrittore greco Polibio immortalava la crisi demografica dell’antica Grecia del II secolo A. C.; anche al tempo del crollo dell’impero romano si vedono tracce consistenti di una bassa natalità.
Ignoranza, cretineria o malafede?
Torniamo ai nostri giorni. In un articolo apparso su Global, l’illustre professore di economia politica dell’American Enterprise Institute di Washington, Nicholas Eberstadt, mette in guardia dal credere ancora al boom della popolazione. In realtà la popolazione continuerà a crescere nei prossimi 25 anni, ma «a causa della fertilità declinante, l’incremento della popolazione dovrebbe rallentare drasticamente nella prossima generazione». Una delle future tendenze sarà la diffusione di una natalità al di sotto della soglia di rimpiazzamento. Le conseguenze non sono allegre dal punto di vista economico: bisognerebbe segnalarle a quanti fino a poco tempo hanno gridato al pericolo economico derivante dall’aumento della popolazione e dalla relativa mancanza di materie prima. Per chi avesse voglia di sapere qualcosa di più sul movimento delle nascite e su quali erano gli slogan fino a poco tempo fa in voga consiglio il bel libro di Antonio Gaspari Da Malthus al razzismo verde. Comunque nessuno ha fatto la scoperta dell’America. Che la bassa natalità dell’Occidente avrebbe comportato uno spaventoso problema per l’economia, l’avevano capito già francesi e tedeschi e per questo avevano cercato di portare avanti una politica di aiuti economici che sostenesse la famiglia. A parlare di questi temi, nel lontano ’87, furono due giornalisti di Avvenire: Pierluigi Fornari e Giuseppe Gennarini. Quest’ultimo si chiedeva in una serie di inchieste su questo tema: «È difficile dire se le tante voci che si sono levate a salutare con gioia il calo demografico siano originate da ignoranza, cretineria o malafede: forse una combinazione di tutte e tre». In quest’inchiesta del lontano ’87 si mettevano chiaramente in luce quali sarebbero stati i pericoli per le pensioni, l’assistenza medica, il conflitto intergenerazionale, l’economia, che sarebbe derivati dallo stile demografico battuto all’Italia. Ma si sa, bisogna far pure i conti con ciò che è trendy e con ciò che non lo era. Tra l’altro nell’inchiesta di Avvenire venivano messi in luce gli errori di Malthus che riteneva che la popolazione sarebbe cresciuta geometricamente (1,2,4,8,16…) mentre i beni di consumo, aritmeticamente (1,2,3,4,5). In realtà le cose funzionano in modo leggermente diverso ma anche qui per problemi di spazio rimandiamo al libro di cui si è detto. A rievocare le Cassandre si rischia di essere noiosi. È meglio non fare spallucce e lambiccarsi per fare qualche proposta concreta. In un articolo del 26 marzo scorso, Il Sole 24 Ore ricorda come in Francia e in Germania, una famiglia, a parità di reddito imponibile (per esempio con 60 milioni, una moglie e due figli a carico) spenda in tasse rispettivamente 13 e 7 volte in meno che in Italia. Si rammenta come in Italia, per varie fasce di reddito, il contribuente con moglie e due figli a carico sia assoggettato «agli stessi livelli di prelievo riservati altrove ai single». Dal punto di vista fiscale, la famiglia quasi non esiste nel nostro Paese, se si fa un confronto europeo, scrive nell’articolo Mario Margiocco. Ma sentiamo cosa dice il “Forum delle famiglie” in proposito: «Qualcosa in questi ultimi anni, grazie anche agli interventi del Forum, è stato ottenuto, ma sono manovre ancora del tutto insufficienti per rispondere alle reali esigenze delle famiglie». Da qui nasce la proposta, riportata in sintesi: adottare per le famiglie politiche fiscali non condizionate al reddito, e cioè non a beneficio solo dei redditi minimi. E questo si potrebbe attuare deducendo dall’imponibile circa 8 milioni l’anno per persona a carico. Si chiedono politiche fiscali che sostengano sia le famiglie che desiderano più di un figlio, ma non ce la fanno economicamente, sia quelle che hanno avuto il coraggio di averne più d’uno, anche senza grandi stipendi. Ne conosco tante. Fanno fatica, è vero, ma vi garantisco che l’allegria che regna in certe case è invidiabile. A chiunque siano i prossimi inquilini di Palazzo Chigi, si chiede davvero di lottare con tutte le forze per aiutare la gente: dare un segnale anche dal punto di vista culturale – e per questo si parla di politiche non condizionate ai redditi minimi, altrimenti la classe media viene penalizzata se vuole avere più di due o tre figli – per mostrare che avere figli non è una perdita, ma una grande ricchezza anche per il rapporto di coppia.
La donna 2001: amazzone in tailleur
Oggi si parla tanto del “maschio” in crisi, sorpassato dalle donne che studiano di più e spesso hanno più tenacia. Non illudetevi: ad essere in crisi è anche la donna, costretta ad essere contemporaneamente manager super-efficiente e oggetto del desiderio maschile senza sosta. Se poi ci scappa, va bene anche un figlio. Insomma, amazzoni in tailleur. Nessuno vuole negare il diritto alla donna di lavorare. Aiutiamo le donne che lavorano, ma diamo loro anche la possibilità – se vogliono – di rimanere a casa senza per questo impoverire la famiglia e di conseguenza il loro ruolo di madri e di mogli, di donne a tutti gli effetti. Spesso e volentieri si è sentito che l’utero è il maggior ostacolo all’emancipazione femminile. A quanti ancora pensano così, ricordiamo che la parola biblica misericordia, amore, viene dall’ebraico rahamim e cioè dal punto di vista etimologico non viene dal cuore, ma dalla parola rehem, che significa utero: pensiamo, allora, quale futuro per una civiltà che dimentica la misericordia.
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