Dopo il derby pensare al campionato
Il risultato delle elezioni era ampiamente scontato. E comunque, certo non occorreva la copertina dell’Economist per capire che dietro l’angolo c’era l’imprenditore che, dal ’94, con le sue idee e il sempre più vasto consenso, non ha mai smesso di rappresentare un incubo per quanti avevano preso il potere in Italia per la via obliqua di un paio di procure. Strana nemesi quella dei fiancheggiatori della rivoluzione italiana di inizi anni ’90: quel partito che, nell’egemonia esercitata nel mondo dei media e della cultura, si era rappresentato come il nuovo Principe, il più saggio e il miglior interprete dei corsi della storia italiana, oggi, di quella storia, ne subisce i ricorsi raggiungendo alle urne il suo minimo storico. Negli ultimi due anni Berlusconi non ha fatto altro che correre verso una fin troppo annunciata, clamorosa rivincita. Lo sapeva Massimo D’Alema dal suo buen retiro di Gallipoli e ci scherzava sopra con un po’ di sarcasmo il Giuliano Amato delle “ultime vacanze in Europa”. Ma insomma, individuato in Silvio Berlusconi l’avversario ideale del migliore dei mondi possibili, il referendum venuto dalla sistematica delegittimazione del presunto “gangster di Arcore” è andato male. Molto male. Specie per chi si illudeva di evitare la palla del 3 a 0 berlusconiano (profezia ferrariana all’annuncio di Rutelli candidato premier) sulla linea Maginot di una maggioranza risicata in Senato. Dunque ecco spiegato il clamoroso successo della Casa delle Libertà e, in essa, di Forza Italia: Silvio Berlusconi è andato verso il popolo e verso i potenti con la stessa identica esuberanza e sincerità politica, persuaso, a torto o a ragione (e per adesso gli elettori gli han dato ragione), di essere portatore di un’esigenza di libertà (prima ancora che di un progetto) che scompagina l’ipocrita e paludato teatrino della politica italiana. La sua, bisogna rendergliene atto, è stata una sfida giocata a viso aperto. Adesso si apre una stagione di nuove possibilità per l’Italia. Un Paese che non sta male sotto il profilo economico, ma che è umiliato nella sua istintiva volontà di fare e che non sopporta l’arroganza di uno Stato sempre più tronfio nella sua retorica, mafioso nella sua prassi quotidiana in rapporto con la società. Un Paese, il nostro, fisicamente insterilito e psicologicamente depresso, che a dato parziale ma significativo del suo disagio profondo, si presenta oggi nel novero delle nazioni con il record mondiale di denatalità e, in rapporto alla popolazione, il record negativo di giovani sotto i vent’anni e il maggior numero di anziani. Berlusconi ha saputo interpretare questo disagio e ha fatto del desideri umani, semplici eppure potentissimi, di libertà, di pace e di benessere, un partito che ha lasciato al palo tutti gli altri partiti il giorno stesso in cui esso è nato. Il problema ora è che questa speranza suscitata nel popolo non resti un sogno. E perché questo non accada occorrono almeno due cose: che il nuovo governo della Casa delle Libertà dia corpo a queste speranze e che le opposizioni non incarogniscano nel risentimento personalistico contro Silvio Berlusconi. I primi 100 giorni ci diranno se queste speranze troveranno un solido fondamento.
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