Cosa non deve fare Berlusconi nei primi cento giorni
Per Churchill, che se ne intendeva, i problemi della vittoria sono più gradevoli di quelli della sconfitta ma non meno difficili a risolversi; Berlusconi e i suoi alleati della CdL faranno bene a ricordarlo. E nello stesso tempo a ricordare che per realizzare i decisivi obiettivi dai primi cento giorni di governo varranno più le cose da “non fare” di quelle, pur essenziali, da farsi. Tra le altre, la prima cosa da non fare sarà di cedere agli inviti pressanti, in buona e mala fede, di lasciare alle opposizioni la presidenza di uno dei due rami del Parlamento. In tutte le democrazie occidentali la presidenza delle assemblee legislative ha un valore decisivo per l’attuazione del programma di governo della maggioranza. E lo ha ancora di più nel sistema politico istituzionale italiano fondato sul primato del Parlamento. La seconda cosa che non dovranno fare Berlusconi e i suoi alleati sarà di non impegnarsi a fondo per confermare nella carica che hanno ricoperto nella passata legislatura i presidenti dei gruppi parlamentari della coalizione. E non solo perché hanno bene operato ma soprattutto perché nei primi cento giorni della nuova il governo dovrà poter contare negli uffici di presidenza (che predispongono i calendari e i programmi dei lavori) di uomini che abbiano già una conoscenza perfetta dei complessi, e qualche volta farraginosi, meccanismi procedurali. E gli uomini in grado di farlo (per esperienza e autorevolezza conquistata sul campo) di guidare, con polso fermo e intelligenza, i parlamentari della maggioranza nei lavori d’aula e di commissione che le opposizioni renderanno roventi. Dopo aver avuto l’incarico di formare il nuovo governo, la terza cosa che Berlusconi e i suoi alleati non dovranno fare sarà di impiegare più di due o tre giorni per consentire la presentazione al Capo dello Stato dei nomi dei ministri, e di sottoporgliene alla firma più di 15. Non fare le due cose sarebbe un importante segnale di rottura con una prassi diventata insopportabile anche ai più convinti democratici. La quarta cosa da non fare sarà dimenticare o marginalizzare le regioni nella messa a punto degli interventi legislativi di maggior portata. Non solo per l’apporto che le regioni hanno dato alla vittoria della CdL, ma soprattutto perché il loro ruolo nel governo del sistema politico-istituzionale e della società è irreversibile e crescente; e una conflittualità, anche solo sostenuta, tra potere centrale e regioni potrebbe rendere difficile il conseguimento degli obiettivi previsti nei primi cento giorni di governo. Ultima cosa da non fare per Berlusconi e i suoi alleati sarà di abbandonare a se stesse le strutture di presenza organizzativa dei partiti della CdL nel territorio e negli ambienti di lavoro che – nonostante le apparenze – hanno dato un contributo rilevante alla vittoria del 13 maggio. In primo luogo perché quelle strutture e quell’entusiasmo saranno preziosissimi nei cento giorni iniziali del governo, che potrebbero richiedere anche un supporto “di piazza”. In secondo luogo perché su quelle strutture i partiti della CdL – a cominciare da Forza Italia – dovranno impegnarsi a creare organismi democratici permanenti collegiali di rappresentanza e di guida di iscritti e di elettori. I partiti non godono certo di grande apprezzamento in Italia per le degenerazioni passate del proprio modo di essere e di operare. Ma anche – e io direi soprattutto – nel nostro tempo i partiti continuano a essere elementi insostituibili di una sana e robusta democrazia; a condizione che nella propria attività interna pratichino intensamente le regole della vita democratica.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!