Io è un altro
«… Come sarebbe stolto, se l’archetto e il violino volessero menare vanto dell’opera loro! Eppure, noi uomini spesso facciamo così; poeti, artisti, scienziati e generali; montiamo in superbia, mentre tutti quanti non siamo che strumenti nelle mani di Dio: a lui solo la gloria! Noi non abbiamo nulla di cui insuperbirci». Il poeta scrisse così, dette al suo lavoro forma di parabola e intitolò: Il maestro e gli strumenti. «Quello era per lei, riverito signore, – disse la penna al calamaio quando i due furono di nuovo soli – ha sentito, immagino, leggere ad alta voce quel che io ho messo sulla carta?». «Vuol dire quel che ho fornito io, – rispose il calamaio. – È una stoccata per lei, per la sua superbia! Come fa a non capire che la prendono in giro? È una stoccata venuta dal profondo del mio cuore: vuole che non riconosca il mio spirito malizioso?». «Distributore d’inchiostro! – gridò la penna». «Stecchino scribacchino! – Rimbeccò il calamaio». E ognuno di loro ebbe la convinzione di avere risposto per le rime e la convinzione di aver risposto come si deve è sempre piacevole: ci si può dormir su, ed è quello che fecero, ma il poeta non dormì. I pensieri gli turbinavano nella mente come le note del violino, con un tintinnio di perle, con un rombo di tempesta nel bosco, e in quei pensieri egli avvertì il proprio cuore, ravvisò lo sfolgorare dell’eterno maestro. A Lui solo la gloria! (H. C. Andersen, Penna e Calamaio, Fiabe, Einaudi)
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