Se son Cose fioriranno
Nel curriculum ha una tesi di laurea su Gregorio Magno. Dice che la teologia è un’ottima scuola politica. Ma Pier Luigi Bersani, ministro uscente dei trasporti, ex presidente della Regione Emilia-Romagna, va soprattutto fiero delle sue origini appenniniche piacentine e del lavoro di suo padre, meccanico e benzinaio. Un precedente che gli è servito per inchiodare un sindacalista che gli dava del burocrate, tempo addietro durante una trattativa infuocata, con la sfida a bruciapelo: «vediamo chi è stato l’ultimo, tra me e te, a stare ad una pompa di benzina». Analoga sorpresa provocò ad un’assemblea di petrolieri: «collaboreremo, certo, mio padre faceva il benzinaio». Sul capezzale della Quercia, nel totosegretario post elettorale, c’è chi lo dà come il possibile salvatore, il timoniere per traghettare i resti diessini verso la futura casa riformista. Una casa più pragmatica, dicono a torto o a ragione, più dialogante. Del resto è o non è l’Emilia bersaniana ad essersi dissanguata per pompare sangue nella coalizione dell’Ulivo? Per ora Bersani si schermisce, resta defilato. Ma intanto un bar storico per gli incontri della sinistra bolognese, il Bar Ciccio di via San Mamolo, lancia una petizione: Bersani segretario della Quercia. «Prima i ballattoggi per i sindaci – replica secco -, secondo, possibilmente, parlare di politica e di una forza riformatrice quale sempre siamo stati e che ha saputo fare e costruire».
Parliamo allora della sconfitta dell’Ulivo…
Le ragioni sono chiare, abbiamo fatto molte cose, riconosciute più di quel che si pensi, ma non siamo riusciti a mettere in cammino una politica, non siamo riusciti a dire l’Italia che vogliamo, non abbiamo fatto sognare. Ci siamo attardati. Ma questo è il tema di oggi.
Ma non è proprio il sogno che vi ha traditi? La sinistra ha sempre promesso in definitiva «con me il migliore dei mondi possibili». Ed è forse il popolo di sinistra che ha cominciato a non crederci più.
Non confondiamo il sogno con l’ideologia. L’ideologia è di là, è l’ideologia berlusconiana. Ho sentito sulle rive del Po due anziani che in dialetto si dicevano «Berlusconi ha fatto qualcosa». Per sé ha fatto. Ma per arrivare a dire che farà per gli altri c’è di mezzo un’ideologia che non tollera altre ragioni. Accetterà forse solo la disillusione. Certo, non tutto l’elettorato ha votato per questo, ma sicuramente ampi strati. Noi post-ideologici ci siamo invece messi alla prova dei fatti e abbiamo fatto. L’ingresso in Europa, le riforme. Siamo però apparsi legati ad un rito politico, poco espressivo. In realtà laddove abbiamo saputo dire dei no espressivi e motivati all’ideologia berlusconiana, siamo anche arrivati ad un passo. Ora dobbiamo lavorare per il futuro, sapendo che non bastano i fatti, ma anche che non basteranno i non fatti. Vedremo cosa succederà se Berlusconi non realizzerà quanto ha promesso. Noi dobbiamo prefigurare un’idea di società. Ce l’abbiamo, non c’è bisogno di nuovismi. Ce l’abbiamo nel riformismo, nell’idea di autopromozione in campo economico, nell’antimonopolismo, nell’idea di un mercato fatto di protagonisti, dentro a delle regole comuni. L’economia è un pezzo di società che non tollera un padrone solo, è un luogo di forze che sono tutte in piedi. Questa è economia per i riformisti, così come l’idea di una società che ha risposte di uguale qualità sui bisogni fondamentali, sia per i ricchi che per i poveri.
Ma non è stata quella del 13 maggio anche una sconfitta dello statalismo?
Siamo il primo governo che ha fatto le privatizzazioni. Certo, se vogliamo, non compiute del tutto, forse insufficienti. Abbiamo iniziato. Ma su queste è l’opposizione che ha remato contro. Ed è logico, per i meccanismi corporativi che rappresenta. A loro interessa una società dove comandano in pochi. È nell’istinto della destra, il classismo. Berlusconi ha fatto passare l’idea «io sono la libertà, gli altri lo statalismo». Ma chi lo dice? Il maggior titolare di una concessione pubblica. Più ideologico di così…
C’è una sinistra statalista ed una non statalista?
Non so se è questo il punto. Certo, se la sinistra è apparsa statalista, una qualche colpa c’è. Ma stiamo parlando di una fase passata, di un periodo storico legato all’influenza sovietica. Tuttavia se si parla non di economia ma di organizzazione delle risposte sociali ai bisogni fondamentali – ad esempio sanità, scuola, servizi sociali – allora non confondiamo universalismo e statalismo. Non è in discussione il privato ed il privato sociale. Ma se il privato è il cavallo di Troia del classismo, se è strumentale, se si vuole tornare a dividere ricchi e poveri allora non ci sto. A noi interessa che la ruota giri verso l’universalismo, cioè risposte di uguale qualità per tutti.
Qualche consiglio allora al futuro segretario della Quercia, chiunque sarà?
Ora andiamo al congresso con uno spazio che possa garantire una discussione politica per dare senso ad un volto della sinistra europea moderna. Questa modernità noi la troviamo in quello che siamo nel profondo. Non abbiamo bisogno di eclettismi particolari. Siamo riformisti assieme ad altri riformisti che devono essere tali e trovare spazio nell’Ulivo, nella casa dei riformisti.
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