Lingue biforcute sull’America

Di Stefanini Maurizio
24 Maggio 2001
La leggenda nera della conquista spagnola dell’America è uno di miti più classici del progressismo internazionale. E uno degli ultimi. Ma è una balla. Colossale. La sua versione più recente passa per la presunta imposizione della lingua spagnola agli indios. Ecco come e perché si tratta di un altro falso. Altrettanto colossale

Il 23 aprile re Juan Carlos di Spagna ha conferito il Premio Cervantes, il “Nobel per la lingua spagnola”, a Francisco Umbral e una cinquantina di femministe ha tentato l’assalto alla Real Accademia per contestare il “machismo” del premiato. Peggio è andata a Sua Maestà quando ha letto un discorso evidentemente scritto da qualcuno del Ministero della Cultura e in cui comparivano frasi come: «nessuno è mai stato obbligato a parlare in castigliano»; «furono i popoli più diversi che fecero proprio, per volontà libera, l’idioma di Cervantes». Tra i più arrabbiati, il catalano Mario Vázquez Montalbán: «Sono contrario alla pena di morte. Per questo, mi limito a chiedere che a chi ha scritto al re quel discorso venga dato l’ergastolo».

Annientati dal raffreddore
Ora, gli spagnoli conquistarono sì gran parte dell’America con mezzi non esattamente da educande, ma non imposero la loro lingua se non quando furono gli indios stessi a chiederlo. Sulla conquista circolano ben due “leggende nere”: gli spagnoli si macchiarono di genocidio oppure furono le potenze protestanti a inventarsi la storia per screditare la Spagna. È vero che, pur senza arrivare alle stime massimaliste della Scuola di Berkeley, su un crollo della popolazione delle Americhe dai 90 milioni di indigeni del 1492 ai 4,5 del 1650, anche la stima più “ottimista” di un Rosenblat su un passaggio nello stesso intervallo dai 13,5 ai 10 milioni descrive comunque il più drammatico collasso demografico della storia. Ed è vero anche che non solo le protestanti Inghilterra e Olanda, ma pure la cattolica Francia svolsero un’intensa propaganda ideologica contro la “crudeltà” degli spagnoli. Ma la storiografia più recente imputa il disastro all’impatto delle malattie europee, contro cui gli indios non avevano difese immunitarie. Meno noto, però, è che la strage scioccò i migliori elementi spagnoli. Bartolomé de Las Casas non fu che il più noto di una serie di “difensori degli indios” che, non avendo gli strumenti intellettuali per percepire la portata del micidiale clash batteriologico, ragionarono in termini di “malvagità”. In gran parte, quella polemica si trasformò in una bega interna al sistema di potere spagnolo, in cui via via il clero utilizzò le accuse per chiedere di essere sostituito ai laici nel governo delle Indie; la corona per negare ai laici immigrati laggiù l’autogoverno; la dinastia borbonica, dopo il 1700, per denunciare la barbarie dei suoi predecessori asburgici; gli illuministi del ’700 per stigmatizzare il “fanatismo” religioso dei conquistadores; gli indipendentisti di inizio ’800, paradossalmente spesso discendenti dai conquistadores, per rivendicare la separazione dalla corona spagnola, in favore della quale furono invece spesso proprio gli indios a combattere.

Chi di lingua ferisce…
Il dato più importante, però, è che da quella polemica nacque un’elaborazione teorica di cui uno dei momenti più alti fu il De Indiis di Francisco de Vitoria, professore di Teologia all’Università di Salamanca. Da Las Casas e Vitoria partì la critica al diritto di conquista, all’idea di imporre la fede con la forza, al dogma della superiorità automatica della civiltà occidentale. Se oggi è facile criticare la conquista spagnola d’America, è perché fu in assoluto la prima nella storia a generare in sé critici e anticorpi. Ed è proprio perché siamo nani sulle spalle di questi giganti che possiamo vedere più lontano, trovando oggi inadeguate le soluzioni a protezione degli indigeni avanzate da questi religiosi. L’idea era di sostituire il sistema feudale dell’encomienda, che trasformava gli indios in servi della gleba, con un regime di segregazione etnica in cui le reducciones di gesuiti e francescani per gli indios nomadi si affiancavano alle republicas e i pueblos de indios per quelli sedentari ai municipi dei bianchi. E questo per sottrarre gli indigeni alla rapacità dei bianchi, mettendoli sotto la sovranità diretta del re con la supervisione del clero e l’autogoverno delle loro aristocrazie tradizionali. Ora, però, corollario di questa politica, inaugurata nel 1550 e sanzionata dal Codice Coloniale del 1680, fu proprio la legge linguistica con cui nel 1580 si stabilì che lingua ufficiale delle parrocchie indigene non doveva essere lo spagnolo, ma l’idioma nativo. Ma, un po’ per la frammentazione linguistica dell’America pre-colombiana, un po’ per gli sconvolgimenti della conquista, un po’ per la limitatezza della scienza linguistica dell’epoca, era impossibile. Le missioni del Plata decisero allora di adottare come “lingua generale” il guarani, parlato dalle prime tribù convertite, mentre il Vicereame del Messico scelse il nahuatl, la lingua azteca per cui fu stabilita una cattedra all’Università di Città del Messico, e quello del Perù il runa simi, lingua inca insegnata a Lima. Ecco il paradosso! Senza rispettare le culture locali, gli spagnoli imposero sì lingue straniere, ma che non erano la loro! È per questa bizzarra imposizione che oggi il runa simi è parlato da mezzo Ecuador, Paese conquistato dagli incas appena prima dell’arrivo degli spagnoli. E che il Guatemala, cuore della civiltà maya, porta un nome nahuatl (quauhtemallah: “là dove si tagliano gli alberi”, per le sue foreste). Gli indios del Cile, che odiavano gli incas, preferirono direttamente lo spagnolo, come pure accadde in Colombia e Honduras. Ma il problema maggiore era che i tribunali parlavano castigliano e i bianchi ne approfittavano. Già nel 1596, il Consiglio delle Indie chiese a re Filippo II di renderlo lingua ufficiale delle colonie, ma egli rifiutò sostenendo il diritto dei sudditi indiani al rispetto delle proprie tradizioni! Con il decreto del 3 luglio 1596, il figlio di Carlo V stabilì di insegnare lo spagnolo agli indigeni che lo richiedessero, «ma con la minor molestia possibile». Fu solo nel 1770 che l’arcivescovo di Città del Messico Francisco Antonio Lorenzana lanciò una crociata personale per lo spagnolo, proprio sull’assunto che ormai gli abusi dei tribunali contro gli indios incapaci di comprenderne la lingua erano diventati insostenibili. Il Consiglio delle Indie stavolta si oppose e dovette intervenire personalmente re Carlo III. All’impero spagnolo d’America, però, restava solo mezzo secolo…

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