La Cina tira il freno e il Giappone fa un film di Merdeka

Di Madama Enrico
24 Maggio 2001
Da Tokyo

L’autunno scorso la Cina aveva ormai le carte in regola per il Wto e l’entrata sembrava cosa fatta. Invece a tutt’oggi ancora niente. Perché a Pechino hanno cominciato a rendersi conto del significato del rischio economico che l’afflusso di imprese straniere costituisce per gran parte dei cittadini cinesi. I settori più in pericolo sono quelli dell’agricoltura e del commercio al dettaglio. L’agricoltura impiega il 47% dei lavoratori cinesi. Le riforme di mercato hanno consentito di avviare l’attività d’impresa, che rimane però di piccole dimensioni e povera. Lo stesso vale per i dettaglianti che, con servizi limitati e qualità scadente, riescono a tirare avanti solo grazie all’eccesso di domanda. Si aggiungono alla lista un’industria di Stato monolitica, un sistema bancario poco consolidato e attività finanziare a dir poco ardite. Non ci sono dubbi sui rivolgimenti economici e sociali che potrebbero scatenarsi una volta aperta la porta ai vari behemot internazionali con i loro prezzi ridotti e servizi aggiunti. Sebbene la Cina sia uno Stato autocratico che calpesta diritti e volontà di oppositori, minoranze etniche e religiose, non può comunque permettersi di ignorare l’ostilità di centinaia di milioni di cittadini. Se poi si aggiunge l’ombra dell’egemonia economica americana si può capire perché a Pechino tirano il freno. È uscito in Giappone il film Merdeka che in indonesiano significa “indipendenza” e narra la storia di 2000 soldati giapponesi che al termine della seconda guerra mondiale decidono di non tornare in patria ma di rimanere ad aiutare gli abitanti locali nella loro lotta per l’indipendenza dal brutale regime coloniale olandese. Il regista della pellicola, Fuji Yukio, afferma che la narrazione si basa su eventi storici. Panzane. Se è vero che una “manciata” di giapponesi rimase a combattere, tuttavia non ne sono mai state chiarite le motivazioni, spiega il consigliere dell’ambasciata indonesiana Syahri Sakidin. Quando allo scoppiare della seconda guerra mondiale il Giappone sventolò ideali di fratellanza asiatica, fu solo per sostituire il colonialismo occidentale. Durante i tre anni di occupazione giapponese gli indonesiani non trovarono libertà ma lavori forzati, schiavitù sessuale, furti e violenze. A detta dello scrittore Pramoedya Ananta Toer, che visse in prima persona quegli anni, i giapponesi consideravano gli indonesiani una mandria di cui disporre a proprio piacere. Nonostante le revisionistiche fantasie cinematografiche nipponiche, in Indonesia è ancora viva la memoria dei fatti e l’ambasciata a Tokyo ha protestato ufficialmente costringendo il produttore, la ditta Toho (una delle tre major nipponiche), a tagliare alcune scene umilianti per il popolo indonesiano.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.