Che fare? Tiriamo a campare?
Sono tutti inquieti, irritati e preoccupati. Non tanto per la loro situazione personale, ci mancherebbe altro, quanto per il destino del Paese! La vittoria del Cavaliere li ha annichiliti e anche spiazzati. Pensano a elenchi oscuri, a manovre torbide (vecchia immagine togliattiana), che li decapiti dal loro ruolo fondamentale nell’Italia democratica e repubblicana. Di chi parliamo? Ovviamente della grande intellighentsia, quella che l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ha definito: “pseudointellighentsia arrogante”, che ha fatto un tifo da ultrà di “curva sud” per la sconfitta di Silvio Berlusconi.
Eravamo quattro amici al bar
«Indignata» è la “banda dei quattro”. I cavalieri non dell’Apocalisse, ma della sempiterna mezza età: Enzo Biagi, il decano Indro Montanelli, “barbapapà” Eugenio Scalfari, il duro Giorgio Bocca. Nella battaglia contro il Cavaliere hanno fatto di tutto e dato di tutto. Sono sempre stati i custodi, anche se non comunisti, della cultura togliattiana. Per loro, il Migliore è stato un “grande italiano”, anche dopo la lettura dei documenti apparsi alla caduta di Gorbaciov, e il revisionismo storico è una patacca, anzi una “torbida manovra” che vuole tagliare le radici della democrazia italiana. Scalfari cammina disperatamente tra il Caffè Greco e via Veneto, Montanelli si rifugia nei ricordi manganellisti, Bocca critica il presidente Ciampi che si congratula con Berlusoni, Biagi tenterà di riciclare, nuovamente, il comico Benigni per una opposizione dura e democratica. Nella notte della sconfitta storica, probabilmente, uno dei quattro ha telefonato al “nume” Norberto Bobbio. Il poveretto dormiva e ha risposto a casaccio, mentre gli venivano letti exit poll, proiezioni e dati. Così ha farfugliato: «Ho già telefonato ad Alessandro, a Galante Garrone. Mi ha detto che al momento ci penserà il generale Badoglio. E anche il ministro Acquarone. State calmi». Lo scoramento dei quattro è paragonabile solo a quello del teorico del pensiero debole, Gianni Vattimo. Nel settimanale Micromega “- 1” alla vigilia delle elezioni, aveva formulato: «Ma nulla può persuaderci che il fascismo berlusconiano non si imporrebbe comunque nella forma di un ottundimento della discussione e della consapevolezza politica, cioè della stessa essenza della democrazia. I cittadini educati dalla scuola polista fatta di inglese, Internet, impresa, sia pure con una spruzzata di religiosità oscillante tra il bigottismo di Buttiglione e le adunate oceaniche (munite di preservativo) di Tor Vergata, sono una società nella quale non ci piacerebbe vivere». L’Avvocato Agnelli, uomo di mondo per antonomasia, guardati i risultati, e dopo aver precisato che la sua famiglia non è mai all’opposizione da cento anni, ha subito “consigliato” ai direttori dei suoi quotidiani una linea “morbida”: sulla Stampa il commento di Vattimo è stato messo in trentaduesima pagina; il Corriere della Sera è stato colto da berlusconite improvvisa, tanto da spaventare alcuni lettori.
Se il mago Otelma la dà buca a Costanzo
Visi lunghi, occhiaie e bestemmie anche in campo letterario e cinematografico. Eco non fa più eco. Antonio Tabucchi è stato colto da improvvisa afasia. Andrea Camilleri, quello che i maramaldi del Foglio hanno chiamato il «Tiberio Murgia della letteratura italiana», sta cercando di mangiarsi i suoi “diari del futuro”. Nanni Moretti vuole picchaire Fausto Bertinotti e promette un film sulla peste, alla Camus. Tutta la redazione di Micromega, riunitasi in “Comitato di lotta permanente per la difesa delle ragioni storiche e giuridiche del pubblico ministero”, ha lanciato la parola d’ordine: «Non mollare». Identificheranno in qualche ministro polista il generale Queipo de Lliano e in Marco Travaglio la pasionaria Dolores Ibarruri. Devono aggiustare il tiro e rinnovare il contratto di distribuzione con la Mondadori del Cavaliere. Accipicchia che confusione! C’è un po’ di sbandamento nelle file di satirici, comici e cabarettisti. Elio Veltri, ex socialista sindaco di Pavia di origine calabrese, lancerà uno spettacolo in lingua ladina dell’Alto Adige; Marco Travaglio tradurrà in occitano-piemontese le carte del magistrato Maddalena; Daniele Luttazzi chiederà asilo al Circo Togni; Dario Fo, forte di un premio Nobel paragonabile al Pulitzer di Walter Duranty nel 1933, ha deciso di riscrivere la storia greca attaccando Tucidide. Per il cinema, si è già detto del furibondo Nanni Moretti. Ma lui è un caso a parte. Anche Roberto Benigni ha la sicurezza alle spalle con la Miramax. Ma gli altri? Quelli che con i benefici governativi della ministra Giovanna Melandri confezionavano film che nessuno guardava? Hanno una vita brillante, un train de vie da rispettare: viaggi, hotel, colazioni, pranzi, merende, mogli e amanti da far vivere bene. Si sono tutti messi a leggere il libretto di Lenin Che fare?, scambiandolo per un vademecum di comportamento politico, in fasi storiche tumultuose. Qualcuno, disincantato, ha suggerito loro di leggere bene le vite di Fouchè e Talleyrand, ma loro sono rimasti piuttosto perplessi. Non conoscono questi registi! Voci incontrollate dicono che la Ferilli minaccia una finta mastectomia per punire gli italiani, anche Alba Parietti minaccia un kolossal del suo celebre Il macellaio con i resti dei “Fondi per la pace” rimasti in una stanza della ex Lubjanka. In ebollizione il mondo televisivo. Nei corridoi della Rai, a Saxa Rubra e a viale Mazzini, c’è chi prega, chi impreca, chi è diventato buddista e alcuni che si dedicano alle macumbe brasiliane, anche secondo i riti Candomblè, meno noti e più complicati. Persino il mago Otelma ha nicchiato su un invito da Costanzo. Il mago, che è tutt’altro che scemo, vuole vedere, nelle sue palle di vetro, quali saranno gli “assetti” per i futuri palinsesti. E non si fida più del trio “disastro” Folena-Mussi-Veltroni.
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