Natalità, misericordia, fonti dell’agire
Si fa un gran parlare di pillola del giorno dopo, di fecondazione artificiale, di bimbi in provetta. La cronaca poi ci procura l’ansia per l’infanzia minacciata da adulti malati (il cosiddetto fenomeno della pedofilia), legati a quel mondo della pornografia che i media si guardano bene dall’attaccare, ovviamente per non “molestare” l’industria che rappresenta – anche nelle sue varianti sofisticate, ammiccanti, “politiche” (che tra l’altro sono state lo strumento ideologico per la liquidazione del principio del “comune senso del pudore” e, direbbe Pasolini, offrire presunta dignità alla “mercificazione del sesso”) una delle principali fonti di audience e di reddito degli stessi mezzi di comunicazione di massa. Comunque, senza entrare nel merito della discussione etica e politica su questi temi, è però interessante scoprire che “fecondità” e “maternità” sono termini intrecciati fra loro con la parola “misericordia”. E l’intreccio ha origini antiche. La parola biblica misericordia è stata tradotta dall’ebraico rahamim. L’etimologia viene da rehem, che significa utero, matrice. Letteralmente, come sottolinea lo scrittore ebreo Andrè Neher, la sede dell’amore, non è il cuore, organo dai sentimenti mutevoli, ma l’utero che culla “la vita” e le permette di crescere. Neher propone ad esempio la traduzione di Isaia: «Forse che una madre non porterà più nella sua matrice, come una parte del suo proprio essere, il bambino anche quando l’essere del bambino viene staccato da quello di sua madre?». Il passo prosegue: «anche se una madre dimenticasse il figlio, Io non ti dimenticherò». È interessante notare che anche nella ricerca della filosofa ebrea Hannah Arendt fa capolino una assonanza fra i due termini. Sia il perdono sia la natalità vengono infatti collegati da Hannah alla facoltà di agire. L’atto del perdono viene interpretato come «la sola reazione che agisca in maniera inaspettata e che quindi ha in sé, pur essendo una reazione, qualcosa del carattere originale dell’azione». La stessa facoltà di agire viene da Hannah rintracciata nella natalità definita addirittura come «il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla naturale rovina»; in essa – prosegue – «è ontologicamente radicata la facoltà di agire… solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane la fede e la speranza, le due essenziali caratteristiche che l’antichità greca ignorò completamente».
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