E ora un governo, un buon governo

Di Tempi
31 Maggio 2001
La sinistra continua a battere la grancassa dei “diritti” perché il suo destino è quello di pretendere di rappresentare e guidare la sorte degli individui

La sinistra continua a battere la grancassa dei “diritti” perché il suo destino è quello di pretendere di rappresentare e guidare la sorte degli individui. Siamo perfettamente d’accordo con la signora Thatcher: «qualunque sia la loro via, terza o quarta che sia, è sempre una via sbagliata». Perché? Perché nella loro antropologia e nel loro sangue scorre la mentalità utopista e gregaria, insieme poliziesca e sentimentale, secondo cui l’uomo sta al mondo per fare giustizia di qualcosa. Ma siccome la giustizia non esiste se non come miracolo approssimativo della libertà, la sinistra butta tutto in piazza e promette sempre e soltanto lotta all’ingiustizia incarnata dal “Nemico” di turno. A meno che ci sia di mezzo il proprio tornaconto e allora, come abbiamo visto nel settennato che precede il 13 maggio 2001, tutto è in ordine o presto ci andrà, e sia anatema antifascista su chi si oppone. All’infinita duttilità di questa arroganza che giudica il popolo di immaturità e poi ci sfiletta quei tremendi temini di Repubblica dove le Concite De Gregorio e i Sebastiani Messina sprofondano in crisi mistica e vedono dio in una (modesta) rivincita veltroniana, c’è la realtà molto più intelligente e adulta di un’Italia che si è liberata dei suoi presunti e presuntuosi liberatori. Ci aspettiamo ora un governo, un buon governo, come promesso da Berlusconi, che mobiliti la voglia di fare e metta all’angolo gli sbirri dello statalismo travestiti di buone intenzioni, moralità, mani pulite. Vorremmo essere un po’ più siciliani e un po’ meno sabaudi, più poveri di carte bollate e più ricchi di opere. Ci sono i commissari del popolo in agguato, lo sappiamo, la Cgil che promette conservazione e i centri sociali (compreso certi preti) casino a volontà. Per questo il popolo che ha vinto deve prepararsi a difendere la propria conquista di democrazia e di libertà. Non sarà facile, ma è l’ora di cominciare a pensare che la Casa delle Libertà non è una maggioranza silenziosa, né una forza moderata che chiede soltanto di non essere disturbata nei suoi affari. Ci dev’essere almeno una parte di questo popolo che rappresenta con vigore la presenza, l’essere per strada, l’essere nella scuola, l’essere in fabbrica e in ogni posto di lavoro come sfida agli apparati, burocratici, sindacali, corporativi, che occupano stabilmente ogni piega della società. Non basta un voto per cantare vittoria. Occorre la sfida della persona. Nel nome di che? Riempiamo di libertà tutto l’orizzonte delle cose piccole e grandi che determinano la nostra giornata. E facciamola correre, domandare, rompere le palle ai commissari del popolo. Libertà è la cosa da amare di più, «e di per sé», direbbe Peguy, «perché è la condizione indispensabile alla grazia». Togliete a questa parola, “grazia”, ogni aderenza bigotta, e dispiegatela mentalmente in quello che evoca, cioè la possibilità. Possibilità che la vita non sia quello che la socialdemocrazia pensa che essa sia, Dávila docet, «un passato che non è mai esistito, un futuro che mai esisterà».

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