La valigia dei libri proibiti
Anno del Signore 1971. Un villaggio sperduto sulle pendici della Montagna della Fenice nella Cina occidentale. Non esiste la corrente elettrica. Il cinema più vicino è a due giorni di cammino (e proietta film albanesi o nordcoreani). Non hanno mai visto né un’auto né un violino. Il protagonista, “intellettuale borghese”, per salvare il proprio strumento dalle fiamme deve improvvisare per una sonata il titolo “Mozart pensa al presidente Mao”. Ha diciassette anni. Il suo amico diciotto. Sono stati condannati come “nemici del popolo” perché i loro genitori sono uno medico, l’altro dentista. Devono essere rieducati. Trasportando letame in secchi di legno semicilindrici: «Ogni giorno dovevamo riempire questa sorta di zaini di escrementi allungati con acqua, caricarceli sulle spalle e arrampicarci su fino ai campi. Un po’ alla volta, la mistura puzzolente fuoriusciva dal coperchio e cominciava a scorrerti lungo la schiena». Fra la povertà materiale e il degrado morale due bagliori illuminano la vita dei protagonisti: la sfolgorante bellezza della figlia del sarto e una valigia di “libri proibiti”, romanzi europei che i due amici rubano a un compagno di sventura, figlio di poeti. Una delicata storia d’amore e di amicizia si intreccia così a un appassionato elogio della letteratura. Perfino gli «ex coltivatori di oppio riciclati, sotto il regime comunista, in “contadini poveri”» si commuovono ascoltando le storie raccontate dai giovani, concedono loro qualche privilegio. Compare di sfuggita anche un vecchio pastore protestante, da vent’anni condannato a spazzare le strade, che muore bisbigliando una preghiera in latino. La vita sembra assumere un ritmo sopportabile, quasi umano. Fino all’imprevista, amara conclusione. Perché non si sa mai dove il sacro fuoco della letteratura, una volta appiccato, può condurre.
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