Putin regna. E rema per Roma

Di Martynov Ivan
07 Giugno 2001
Berlusconi piace al leader di Mosca (ma lui non ha firmato contratti) che punta a creare un grande centro statalista e nazionalista. I militanti di sinistra verso la pensione, quelli di destra hanno “un grande futuro dietro le spalle”. La Chiesa ortodossa torna all'antiglobalismo

Dopo aver cantato la fine delle ideologie e dei partiti totalitari e aver sperimentato l’ebbrezza delle rivoluzioni dei tecnici dell’economia, la Russia riscopre la politica. Dalla vittoria di Bush al trionfo di Berlusconi, Mosca si sente chiamata a rispondere alle sfide del liberalismo capitalista proponendosi come centrale mondiale della socialdemocrazia, facendo leva sul proprio complesso di gigantismo sottosviluppato. Il Cavaliere, che ha dettato il tono dei commenti dei giornali di Mosca a San Pietroburgo, richiama l’esempio dei media-magnati russi che avevano allungato le mani sul Cremlino, e che sono stati poi scelti da Putin come il principale nemico da abbattere sulla via della redenzione nazional-popolare. La Russia guarda all’Italia berlusconiana con curiosità, avendo la stessa sete di stabilità nella conduzione di imprescindibili riforme economiche e strutturali, che richiedono una guida forte per rilanciare l’economia. In questo senso Berlusconi potrebbe trovarsi in una certa sintonia con lo stesso Putin, che ama ripetere di essere solo “assunto in prova” dai russi (anche se non si è spinto a firmare contratti televisivi).

Cos’è la destra e cos’è la sinistra?

La ricostruzione di una politica russa credibile è fatta dall’alto, come conseguenza della ricostruita centralità del potere presidenziale, che si sta liberando dell’eredità eltsiniana: l’ultimo colpo è stato l’allontanamento di un mammasantissima, il capo del Gazprom Rem Vjachirev, dopo aver piazzato due fedelissimi, Boris Grizlov e Sergej Ivanov, a capo dei ministeri dell’Interno e della Difesa, riducendo ai minimi termini “il partito dei militari”. Putin si è fatto promotore di una nuova legge sui partiti politici: una riforma della struttura dello Stato insieme a una nuova legge elettorale (semi-proporzionale con sbarramento al 5%), che riduca i partiti a 2-3 raggruppamenti forti. Il pluripartitismo dell’ultimo decennio ha portato a una situazione magmatica, con i vari gruppi liberali in perenne lite, cartelli elettorali pro-presidenziali creati ad hoc in funzione anticomunista prima e antiliberale poi, con i comunisti arroccati nel loro partito di massa (dei pensionati). Così si stanno delineando nuove direttive, con la formazione di un Grande Centro putiniano statalista e nazionalista, che rende abbastanza innocua l’aggressività verbale delle sinistre, e una faticosa riaggregazione delle destre, che cercano di scrollarsi di dosso l’immagine perdente del “grande futuro dietro le spalle”, creata dalle sconfitte degli ultimi tre anni. Il congresso di unificazione delle forze di destra ha cercato di identificare una linea politica e di scegliere un leader. L’ambiguità del “sostegno tattico” a Putin è spiegato con le necessità di riforme economiche liberali per rilanciare lo sviluppo del Paese, pur nel dissenso rispetto agli eccessi di centralismo e di autoritarismo dell’amministrazione presidenziale, impegnata a soffocare le autonomie locali e i mass-media antigovernativi. Le destre contano di proporsi come la classe dirigente del futuro, tra un 7-10 anni, quando i contrasti sociali saranno riassorbiti e le generazioni dei vecchi comunisti estinte. Simbolo di questa “next generation” dovrebbe essere Boris Nemtsov, al secondo giro di giostra essendo già stato una volta lanciato da Eltsin nel 1997 come il presidente del futuro, salvo poi essere soppiantato dal giovane amico Sergej Kirienko, più pragmatico e calcolatore del romantico Nemtsov, che spera di tornare sulla poltrona di primo ministro assai prima della parusia liberale. Dietro a tutti sta il grande tecnocrate della destra, l’inaffondabile Anatolij Ciubais, presidente dell’Ente dell’Energia, una delle grandi centrali del potere russo. Pur di non perdere la posizione di oligarca di stato, Ciubais non ha organizzato per Putin la distruzione dell’impero mediatico dell’ex-amico Gusinskij, suscitando sconcerto tra gli stessi liberali. È lui a tenere i fili principali del teatrino della politica russa. Sia l’elezione di Nemtsov a leader delle destre, sia la ristrutturazione dell’Ente dell’Energia sono apparenti ritirate strategiche, che in realtà confermano le capacità trasformistiche della “volpe rossa”, artefice del sistema di potere anticomunista eltsiniano, e oggi grande regista del liberismo di stato putiniano.

Chiesa ortodossa antiglobalizzazione

La Chiesa ortodossa, sostenuta dai comunisti, ha sostituito la funzione ideologica del partito estendendo la propria benedizione ad ogni forma di politica nazionalista. Il recente attivismo nei confronti dei paesi ortodossi e l’imminente viaggio del Pontefice in Ucraina offrono al Patriarcato un’occasione d’oro per far uscire allo scoperto i politici sulle scelte di una vera politica antioccidentale, auspicata dalle forze più reazionarie del Paese, imprimendo al panorama politico generale una tonalità più decisa ed estremizzata. L’ispirazione cristiana ortodossa viene usata come manto protettivo della sinistra impegnata nelle marce anti-globalizzazione, ridando alla Russia la funzione messianica di salvare il mondo dal capitalismo americano, fonte di tutti i vizi, e restaurare l’impero etico degli uomini puri. Putin sta a guardare, cercando di trarre il massimo vantaggio dalla deriva ortodosso-nazionalista senza coinvolgersi troppo; la sensazione è che il presidente sia pronto a scaricare la Chiesa quando dovesse diventare troppo ingombrante, e che in fondo un viaggio del Papa in Russia gli farebbe anche piacere, considerando che una buona metà della popolazione, secondo sondaggi semi-clandestini, vede con favore una visita del Pontefice al Cremlino. Intanto il presidente ha inviato in Ucraina l’ex premier Cernomyrdin, come ambasciatore plenipotenziario, a controllare il passaggio del gas russo da anni succhiato illegalmente dalle pompe ucraine, e forse a strizzare l’occhio anche a Giovanni Paolo II.

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