La settimana 24
Roberto Zaccaria, detto Zelig
C’era una volta Roberto Zaccaria – presidente Rai, azienda pubblica, pagata dagli utenti – che chiarì definitivamente di non avere alcuna intenzione di dimettersi dal suo incarico: «Resto e difendo la Rai dalla politica… Non vorrei tirare in ballo il solito Voltaire: non condivido le tue idee ma sono pronto a battermi perché tu possa esprimerle» (CorSera domenica 6 giugno 2001). In realtà il presidente aveva sottolineato questa sua funzione già prima delle elezioni del 13 maggio: «L’indirizzo strategico della Rai, è quello di favorire il pluralismo… in campagna elettorale si devono aggiungere programmi d’informazione e dibattito critico, offrire una ricchezza di proposte per garantire ai cittadini piena libertà di scelta», (CorSera, 3 marzo 2001). Detto, fatto: e gli italiani furono liberi di scegliere tra il Raggio Verde di Michele Santoro, L’Ottavo nano di Sabina Guzzanti e il Satyricon di Daniele Luttazzi. Per la gioia Giuseppe Giulietti, commissario politico in Rai e deputato Ds: “Avete visto? La vecchia guardia Rai è meglio dei fighetti che erano all’opera nei mesi scorsi”.
Roberto Zaccaria, detto il figlio di un dio (minore)
La figura del presidente Rai rimarrà legata soprattutto alla difesa della libertà d’espressione: «La satira resterà senz’altro come valore aggiunto nell’ambito dell’offerta Rai. Il principio di libertà che la anima e la giustifica è superiore a tutti i rischi che essa comporta. Non si può distinguere all’interno della satira: se si dice questo va, questo non va si finisce per liquidarla… Anche se io non credo affatto che Silvio Berlusconi sia mafioso, di fronte a certi fatti come quelli raccontati dal libro di Marco Travaglio (presentato in una memorabile puntata di Satyricon, ndr) bisogna spiegare a chiarire». Certo il presidente deve aver superato le posizioni del tardo novembre ’99, quando una puntata di Porta a Porta dedicata appunto alla satira, ospite Giorgio Forattini – autore di una contestatissima vignetta apparsa su Repubblica che ritraeva l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema intento a sbianchettare la lista dell’archivio Mitrokhin sulle spie del Kgb (un altro libro che ancora «bisogna spiegare e chiarire») – venne bloccata perché vicina alla data delle elezioni politiche suppletive. In quel caso, la Rai si appellò alla “inopportunità” dell’evento, suscettibile di turbare i delicati equilibri della par condicio. E un Roberto Zaccaria in versione censoria, furibondo per non essere stato informato della messa in onda di un programma «così delicato», convocò d’urgenza Bruno Vespa insieme al direttore di Rai Uno Agostino Saccà.
Roberto Zaccaria, detto il precursore
Infine Zaccaria si lamentò «del pregiudizio che vede l’informazione Rai legata ad una sola voce politica» difendendo «l’informazione plurale della Rai, mentre per la concorrenza, in particolare Mediaset, è al singolare».
Eppure c’è chi giura di averlo visto «incontrare discretamente Walter Veltroni e gli altri segretari dei partiti del centrosinistra», «informare i capigruppo della maggioranza di una sua conferenza stampa per rivelare che secondo l’Osservatorio di Pavia il politico più televisionato del 2000 è Berlusconi (ma senza avvertire i consiglieri Rai)», e «stabilire un legame di ferro con lo staff di Francesco Rutelli: “Siamo solidali con lui – dice Paolo Gentiloni, prudente uomo ombra del candidato ulivista – ci teniamo in contatto”»
(L’Espresso, “Il presidente va in campagna”, 29 marzo 2001).
Mao, l’inventore della più grande azienda cinese
Il China Xingjiang Group è il più grosso gruppo economico dello Xingjiang, l’estesa regione occidentale cinese trampolino verso l’Asia centrale. Il Gruppo possiede più di 6 miliardi di dollari di capitali, copre svariate attività produttive dall’agricoltura all’abbigliamento, ha sei compagnie quotate in borsa, controlla circa la metà della superficie della regione e il 30% della terra arabile. L’anno scorso ha contribuito da solo al 13,2% del prodotto lordo regionale e a 1/3 del suo commercio estero. Il Gruppo ha adottato questo nome solo di recente per la versione inglese: in cinese va ancora sotto la vecchia dizione di bingtuan, cioè di “corpo militare”. Strutturalmente un bingtuan è un’organizzazione autonoma che non fa parte dell’Esercito di Liberazione come ci tiene a sottolineare il Presidente-Comandante Zhang Qingli, ma la sostanza non cambia. E neppure le pratiche. Sebbene oggi il China Xingjian Group sia l’unico organismo che ancora svolga contemporaneamente attività militari ed economiche, non è ben chiaro fino a che punto l’esercito e gli altri bingtuan abbiano effettivamente mollato l’osso. Nel processo di apertura al mercato lo stesso Deng Xiaoping incoraggiò i comandanti a lanciarsi nell’avventura capitalista. Con manodopera e trasporti a costi minimi, infrastrutture e organizzazione su larga scala, influenza politica e facili possibilità di evasione fiscale, i corpi militari e semi-militari non hanno mai avuto problemi a mettere fuori gioco la concorrenza.
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