Pio XII e i porcellini senz’ali
Milano, libreria Rizzoli, un elegante salotto nel “salotto” meneghino della Galleria Vittorio Emanuele. «Il linciaggio contro Pio XII? È una porcata». A parlare non è un integralista cattolico, né un intellettuale sospetto di simpatie clericali. Ma Paolo Mieli, uno dei più illustri protagonisti del giornalismo italiano, inviato de L’Espresso e di Repubblica, poi direttore de La Stampa e del CorSera (al tempo dei comitati di salute pubblica di Tangentopoli), oggi direttore editoriale di Rcs, con la passione dello storico (il suo ultimo saggio, Storia e politica. Risorgimento, fascismo e comunismo è già un caso editoriale). Mieli è ebreo, poco incline a fare sconti su quella immane tragedia che fu la Shoa (a cui la sua famiglia diede, come troppe altre, un doloroso contributo di sangue). Alla libreria Rizzoli, mercoledì 6 giugno, è seduto intorno a un tavolo, insieme a Vittorio Messori, per presentare il libro di Andrea Tornielli, vaticanista de Il Giornale, Pio XII il Papa degli ebrei. Un testo che si propone di riequilibrare, documenti alla mano, il giudizio sul Pontefice accusato di aver tollerato la “soluzione finale” nazista e di esserne stato addirittura connivente, da una vulgata storica lunga 40 anni.
Il teatrino delle menzogne
Dal 1963 quando, a soli cinque anni dalla morte del Papa, a Berlino veniva rappresentato “Il Vicario”, velenosa piéce che condannava il “silenzio” di Eugenio Pacelli verso Hitler e Mussolini come omertà colpevole e prova di filonazismo. L’autore, l’austriaco Rolf Hochhuth, era uno strano moralista già membro della Hitlerjugend (poi passato alla sinistra), nonché mediocre scrittore. L’opera, pubblicata nel 1964 per Feltrinelli (con prestigiosa prefazione di Carlo Bo), in Italia raccolse scarsa fortuna – anche perché, a soli 18 anni dalla fine del conflitto, troppi di quanti potevano testimoniare di aver avuto salva la vita grazie all’aiuto della Chiesa cattolica erano ancora in vita, compresi insigni laici, non ultimo Pietro Nenni (che di Pacelli aveva potuto sperimentare la generosa ospitalità, nascosto in quel Seminario Pontificio del Laterano dove si era già rifugiato l’antifascista Alcide De Gasperi, quando nella Capitale era aperta la caccia ai partigiani). Tuttavia Hochhuth diede l’abbrivio a una polemica proseguita fino all’anno passato, con la pubblicazione del faziosissimo libro di John Cornwell, The Hitler’s Pope (lo scoop principale dell’ex seminarista Cornwell, un “documento esclusivo” celato negli oscuri antri dell’Archivio Vaticano che confermerebbe l’antisemitismo del Pontefice, consiste in alcuni brevi passaggi, naturalmente estrapolati dal contesto, di una vecchia lettera edita quasi 10 anni fa, senza nessun clamore – forse perché pubblicata per intero – a cura di Emma Fattorini, nel suo Germania e Santa Sede, la nunziatura di Pacelli fra Grande Guerra e Repubblica di Weimar, Il Mulino 1992). «Quella contro Pio XII è una campagna diffamatoria – ha osservato Mieli – che ha tutta l’aria di essere un alibi. Se il Papa non ha condannato pubblicamente le atrocità naziste, allora condivide questa responsabilità con la comunità internazionale dell’epoca, nessuno escluso. Nemmeno gli antifascisti fecero nulla in difesa degli ebrei. Nessuno di loro mosse un dito per impedire la deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma. Eppure qualcosa si poteva fare (come del resto si fece negli altri paesi europei, ad esempio in Francia), bastava un piccolo gesto, anche simbolico. La Chiesa invece mobilitò le sue strutture per dare rifugio alla gente, le stesse strutture logistiche che vennero poi messe a disposizione degli antifascisti, come testimonia il bel libro di Enzo Forcella, La resistenza in convento (Einaudi). Né va dimenticato che, per un lungo periodo di tempo, furono proprio le autorità politiche e religiose ebraiche a dimostrare pubblicamente una calorosa riconoscenza a questo Papa, un uomo che secondo l’allora console generale d’Israele a Milano, lo storico Pinchas Lapide – quindi una fonte ebraica – salvò da morte un numero compreso tra 700mila e 860mila ebrei».
Papa Pacelli: un caso di “linciaggio politico”
Effettivamente, è perlomeno stupefacente che proprio il Papa della “leggenda nera” sia anche quello che ha ricevuto più riconoscimenti dalle più alte autorità del mondo ebraico. Da Nahum Goldmann, presidente del Congresso mondiale ebraico («Con particolare gratitudine ricordiamo tutto ciò che egli ha fatto per gli ebrei perseguitati durante uno dei periodi più bui della loro storia») che come segno di riconoscenza nel 1945 donò 20mila dollari per le opere di carità al Vaticano, a Golda Meir, che da ministro degli Esteri di Israele dichiarò: «Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime». Da Elio Toaff («Più di chiunque altro noi abbiamo avuto modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del rimpianto Pontefice negli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava che per noi non ci fosse più una via d’uscita»), a Isaac Herzog, rabbino capo d’Israele («Il popolo d’Israele non dimenticherà mai ciò che Sua Santità e i suoi illustri delegati, ispirati dai princìpi eterni della religione, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell’ora più tragica della nostra storia, una prova vivente della Divina Provvidenza in questo mondo»). L’impegno – drammatico – di Pio XII traspare da documenti ufficiali, note diplomatiche, racconti di testimoni, istruzioni e interventi diretti, pubblicati da Tornielli e riconosciuti e sottoscritti da Mieli. Ma come si spiega allora la campagna infamante orchestrata contro questo Papa? È ancora Paolo Mieli a suggerire quella che appare più di un’ipotesi: «Il vero motivo per cui Pio XII è stato “messo in croce” è che fu lui ad aver scomunicato i comunisti – un dettaglio che non viene mai ricordato, e non credo per ragioni casuali. Allora il trattamento – vendicativo – che gli viene riservato, si deve forse proprio alle sue posizioni anticomuniste». Non è un caso se le accuse contro Papa Pacelli hanno trovato facile sponda in giornali come Le Monde e, in Italia, L’Unità (che ancora nel febbraio 1998 puntava il dito contro il Pontefice che «non condannò le atrocità dei nazisti») o più recentemente Repubblica (nella recensione del libro di Cornwell dell’8 settembre 2000).
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