Ue, tutti i dolori dell’allargamento

Di Tempi
21 Giugno 2001
Dopo Göteborg si potrebbe pensare che l’allargamento della Ue sia diventato una questione più semplice, stante la quasi unanimità dei capi di governo sul tema

Dopo Göteborg si potrebbe pensare che l’allargamento della Ue sia diventato una questione più semplice, stante la quasi unanimità dei capi di governo sul tema. Ma così non è. L’inclusione nell’Europa comunitaria di paesi dotati di economie relativamente sottosviluppate è destinata ad incontrare serie difficoltà: i programmi di aiuti regionali e all’agricoltura andrebbero necessariamente riorientati a favore dei nuovi arrivati, e se le risorse comunitarie complessive a disposizione non dovessero aumentare (prospettiva altamente probabile, in quanto nessuno vuole accrescere i prelievi fiscali) ne risentirebbero le regioni svantaggiate e gli agricoltori dei Quindici, che si vedrebbero privati degli attuali aiuti. Ma di quanto i 13 paesi candidati all’ingresso (prima o poi) nella Ue sono più poveri di noi? Di parecchio: se fossero tutti ammessi domani, come conseguenza la popolazione dell’Unione aumenterebbe del 45 per cento (da 376 a 546 milioni di abitanti), ma il prodotto interno lordo (Pil) totale crescerebbe soltanto del 7,3 per cento (da 8.510 a 9.135 miliardi di euro)! Fra i 13 paesi candidati solo due (Cipro e Slovenia) presentano un Pil pro capite superiore a quello del paese più povero della Ue (cioè la Grecia). E tutti e 13 i paesi candidati tranne Cipro presentano redditi pro capite inferiori al 75 per cento della media del Pil pro capite della Ue. Nel caso di Bulgaria e Romania il reddito pro capite è addirittura un quarto di quello medio della Ue. Possono paesi così diversi per struttura economica e livello di sviluppo integrarsi? La risposta non è per nulla scontata. Lo scorso anno i paesi candidati hanno fatto registrare un tasso di crescita decisamente superiore a quello della Ue (5,2 per cento contro 3,3 per cento), ma il distacco è ancora ampio. Più che le considerazioni economiche, a spingere in direzione dell’integrazione è la volontà politica di creare una vasta area di stabilità che diventerebbe un punto di riferimento anche per i paesi dell’ex Jugoslavia e dell’ex Unione Sovietica.

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