G-ottini, pedine amerikane?
Secondo Amnesty International, che si batte per la globalizzazione dei diritti umani, la globalizzazione dei mercati e dei capitali «ha prodotto una crescita economica enorme», ma senza farne beneficiare la maggioranza della popolazione mondiale, e anzi provocando «un aumento delle violazioni di tutti i diritti umani». Secondo il popolo di Seattle e i suoi epigoni, ormai pronti per il casino di Genova, la globalizzazione non produce neanche crescita. È il diavolo e basta. Salvo quando gli Stati Uniti decidono compassionevolmente di risparmiarne Cuba con l’embargo, e allora giù proteste contro la «criminale violazione delle regole del commercio mondiale». Ma insomma, è possibile che gli americani siano cattivi sia quando vogliono commerciare con un paese, sia quando decidono di non farlo? Anche gli integralisti islamici sulla globalizzazione hanno idee un po’ confuse… Dicono che vogliono «tagliare gli artigli» al “Grande Satana”, e poi dicono che lotteranno finché tutto il mondo non si sarà convertito all’Islam. E non sarebbe globalizzazione quella di un mondo tutto musulmano a ripetere in arabo i versetti del Corano? Insomma, grande è il disordine sotto il cielo. Ma Jorge Battle, presidente dell’Uruguay, agli antiglobalizzatori che si agitavano all’ultimo vertice regionale del Mercosur del Foro Economico Mondiale ha fatto un altro discorso. «Contro che state manifestando? La globalizzazione non esiste. Esiste la globalizzazione delle finanze, eccetto che per gli omonimi ministri, che invece non hanno alcuna possibilità di riscuotere sui capitali portati all’estero. Ma non c’è globalizzazione dei movimenti di persone, e neanche globalizzazione delle merci, con tutte le barriere doganali che i paesi ricchi ci impongono. Abbiamo la carne migliore del mondo, ma basta un po’ di aftosa e ci bloccano le esportazioni per decenni!». Tra i membri del Mercosur è stato in particolare il Brasile che si è visto impedire all’improvviso l’accesso al mercato di carne canadese senza che nei suoi allevamenti fosse successo niente, ma con la scusa chiaramente pretestuosa dei contemporanei contagi europei. Ma ancora peggiore è la situazione dei produttori cileni, che da un po’ di tempo a questa parte non possono iniziare a fare un po’ di successo con una loro merce sul mercato Usa, che subito le associazioni dei produttori americani rovesciano loro addosso micidiali accuse di dumping, permettendo così al Dipartimento del Commercio di imporre dazi omicidi “compensatori” che li mettono fuori mercato. Dopo il salmone e l’uva è successo così al succo di mela, alle fragole, al vino, ai funghi, perfino ai garofani, mentre l’Argentina è stata mazzolata nel miele e, sempre negli Stati Uniti, il Brasile si è visto colpire nell’acciaio, nel succo d’arancia e nelle scarpe.
L’antidumping non si tocca
Teoricamente, l’amministrazione federale di Washington potrebbe dire che non è colpa dell’esecutivo. Una pattuglia di 61 senatori, sui 100 che sono in tutto, ha scritto a Bush subito dopo il vertice di Québec, dicendogli che la normativa anti-dumping non si tocca, dal momento che «sfortunatamente, alcuni dei nostri soci commerciali, molti dei quali hanno pratiche commerciali molto ingiuste, continuano a voler far abrogare queste leggi». Evidentemente, la principale “ingiustizia” consiste nel fatto che gli operai brasiliani non intascano gli stessi stipendi dei loro omologhi americani. Ciò dà un vantaggio decisivo in termini di costo del lavoro, allo stesso modo in cui la maggior preparazione media dell’operaio americano rispetto a quello brasiliano dà invece un vantaggio decisivo in termini di know-how. I 61 senatori riterrebbero per questo il Brasile autorizzato a mettere dazi sui computer made in Usa? Ma Don Evans, segretario al commercio, pur riconoscendo che i senatori forse sono un po’ fissati, dice anche lui che come principio l’«antidumping non si tocca». Visto che «altri paesi sussidiano i loro prodotti». Ahimè, a proposito di sussidi gli Stati Uniti sono stati addirittura condannati dal Wto, per quel loro escamotage di permettere alle società nazionali di commerciare con l’estero attraverso paradisi fiscali. Non si chiama forse “sussidio”, ma si traduce in pratica in una detassazione all’esportazione che quanto ad alterare la concorrenza è molto peggio. Se non altro, perché sfrutta quel sistema di off-shore attraverso cui già transitano evasioni fiscali e denaro sporco di tutti i tipi, specie se viene da quel narcotraffico che per gli Stati Uniti è ormai diventato il pericolo pubblico numero uno, dopo la caduta del comunismo. Ma se ai produttori del Terzo Mondo non si permette di esportare negli States le loro merci in modo legale, che possono fare allora per sopravvivere, a parte mettersi a coltivare coca o papavero da oppio, o venire ad affollare le nostre strade come clandestini? «O emigrante o brigante», si diceva una volta nell’Italia del Sud. E la cronaca nera ci insegna che spesso si diventa le due cose allo stesso tempo. È il discorso che ha fatto di recente il vice-presidente boliviano Quiroga: «per la prima volta, dopo che abbiamo estirpato le piantagioni del Chapare, non siamo più il secondo paese produttore di coca del mondo. Ce la faranno ora gli stati Uniti a permetterci di esportare i nostri tessuti e il nostro cuoio?». E lo è andato a dire a Bush anche il presidente colombiano Pastrana: «per combattere i narcos e la guerriglia mandare in Colombia armi e fare investimenti sociali è utile, ma permetterci di esportare senza ostacoli sarebbe ancora più efficace».
Lo sai il colmo dei colmi?
Ma il colmo è che la stessa battaglia anti-dumping la fanno negli Stati Uniti anche i sindacati dell’Afl-Cio. «Con l’appoggio dei nostri lavoratori e dei lavoratori di tutto il mondo», dice il presidente John Sweeney. «Il libero commercio serve solo per sfruttare mano d’opera più a buon mercato e a inquinare l’ambiente». Un altruismo veramente da spezzare il cuore… E il bello è che sono stati proprio questi sindacati tra i principali promotori di quella gazzarra di Seattle ormai divenuta quasi un manifesto di fondazione del nuovo movimento anti-globalizzazione. Insomma, si crede di scendere in piazza per impedire alle merci americane di invaderci, e invece si tiene bordone a quell’ala della società americana che vuole impedire a noi di rivendere loro qualcosa, se non altro per finanziarci un poco quello che da loro compriamo. Complimenti!
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