Folena, indossator dipietrificato

Di Da Rold Gianluigi
21 Giugno 2001
Per Cossiga “Un modello rubato alle passarelle della moda”. Per il Foglio “leggero, leggero, leggero”. È il “caso Folena”. Ritratto del custode del museo bolscevico, sempre capace di cambiare slogan a seconda dei tempi e delle situazioni

Anche dalla vita politica possono arrivare esempi pedagogici. Anche nella cosiddetta “arte del possibile”, nel campo senza princìpi dell’esprit florentin, tra i maestri dell’arte della guerra imprestata alla politica, si può cogliere il segno della dantesca legge del contrappasso. Non si stupisca il lettore di questa premessa ridondante, che vuole introdurre il “caso Folena”. Vale a dire la caduta dell’ultima promessa comunista-postcomunista-diessina : le dimissioni del coordinatore della segreteria dei Ds, dopo un percorso che sembrava, in questi anni, improntato all’ascesa di un politico nuovo, che era però già stato definito, crudamente, da Francesco Cossiga: «Una grande perdita per la moda italiana, un grande indossatore mancato di cui la politica non aveva bisogno».

Il custode del museo bolscevico

Folena, con la sua aria di “nessuno impettito”, si è dimesso da coordinatore della segreteria comunista. Da un anno a questa parte saltabeccava di qui e di là, tra Veltroni, Violante e D’Alema, sperando che, nel parapiglia diessino e per effetto di logoramento, emergesse lui, Pietro Folena, come “salvatore della patria”, quella che è diventata una sorta di museo della chincaglieria bolscevica, rimasta dopo l’abbattimento del Muro di Berlino. Folena, come Veltroni, come Mussi sono i residuati della cultura togliattian-stalinista italiana, abili nel linguaggio biforcuto e nel saltare, all’inizio degli anni Novanta, sul carro vincente del perbenismo e del giustizialismo “come ultima via al comunismo”. L’ex consigliere di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, li ha bollati recentemente come «falliti, frustrati, incapaci di fare politica, arrivisti». Velardi non ha rivelato nulla di nuovo rispetto all’immagine che si erano fatti milioni di telespettatori italiani guardando i “nostri” impegnati nelle loro comparsate. Ma, attenzione, non si può parlare di Folena&soci con i soliti giudizi. Questi “ragazzi” del Botteghino hanno, come abbiamo detto parlando di togliattismo, una storia alle spalle. Sono il “fior fiore” della stagione sessantottina, che è riuscita prima a coniugare ribellismo con marxismo e leninismo, poi con una mostruosa forma di loro liberalsocialismo post-togliattina (altro che l’ircocervo crociano!) che si è messo pure d’accordo con i “poteri forti”. Ideologicamente e culturalmente hanno edificato una specie di supermarket. Bastava guardare le fotografie d’epoca dell’ultimo congresso diessino, al Lingotto di Torino all’inizio del Duemila, quando, tra le tante fotografie “datate” ed esposte come in un museo, si riusciva a mettere insieme Fred Astaire, Che Guevara e Antonio Gramsci. Non c’è nulla di cattivo in questi “ragazzi”, ma solo inconsistenza e confusione.

Al supermarket dell’ideologia

Come potevano fare altrimenti? Iniziati al “partito di lotta e di governo”, con un pizzico di «lo Stato si abbatte, non si cambia»; passati poi dal «viva il partito di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer» fino alle scansioni “epiche” su Mao e lo zio Ho; impelagati nel recupero della socialdemocrazia europea e del kennedismo dopo la caduta del Muro di Berlino: sono figure di un quadro culturale apocalittico (non nel senso dell’Umberto Eco degli anni Sessanta), ma proprio apocalittico per confusione e momento del redde rationem. Ora sono in annaspante recupero sui temi dell’ambiente e della legalità. Diciamolo con franchezza, questi poveri Folena&soci vivono in una situazione di delirio schizofrenico. Dopo aver letto (chissà come) le note di Lenin su von Clausewitz, qualche compendio di Sun Tzu e Machiavelli, sono costretti ad affrontare, per stare al passo con i tempi, le lezioni del socratico Karl Popper, le ragioni di von Hayek e almeno il revisionismo di un François Furet. Che cosa può uscire da quelle teste un po’ turbate, nell’azione politica quotidiana, se non un relativismo pressapochista che porta a concentrarsi solo sulla tecnica del potere (come prenderlo e come mantenerlo) e quindi alla scelta di un opportunismo quasi metafisico? Il dramma del supermarket ideologico, come tutti i supermarket, è che non offre prodotti di qualità, ma “roba da tutti i giorni”. E persino i più intelligenti di questo gruppo di post-togliattiani sessantottini, come Palo Mieli, devono fare i salti acrobatici per far quadrare “revisionismo storico” (inevitabile ormai per stare in società) e progressismo di sinistra. A questo punto il povero Folena sembra un ragazzo, ormai anche lui sull’orlo della mezza età, che a forza di “viaggi culturali” ha pensato di trovare un posto al sole. Magari, il Pietro Folena ha cercato disperatamente di aggrapparsi ad altre letture, alle biografie di Fouchè e Talleyrand , dei grandi camaleonti. Ma quelli erano di altra tempra e vivevano agli albori del pensiero razionalista. Folena poteva preparare tresche solo al Bottegone e poi al Botteghino, fare “una marcia su Cuba” per turismo ideologico, mettersi la cravatta in tinta per dimostrarsi socialdemocratico europeo. Troppo difficile. Alla fine, gira e rigira, anche la politica laica, senza un minimo di coerenza e di ideale, ti manda a casa, ti espelle dai suoi ranghi e ti riduce proprio a «un indossatore mancato».

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